www. sesso. come?

13 febbraio 2007
www. sesso. come?

Il mondo dell’eros con gli occhi della fotografia, del cinema, della letteratura, il tutto annaffiato da cocktail afrodisiaci.

Il primo appuntamento di questa nuova iniziativa si apre con un testo di Letteratura erotica.
Proponi il tuo racconto.


Racconto vincitore:
"Momenti pagani"
di Loredana Carloni

10 Racconti:

Loredana ha detto...

Momenti pagani

Mi sembrava di essere in un tempio, tutto perfettamente disposto per un rito pagano. Quella casa, quel mondo infinitamente sacro ed infinitamente profano mi affascinavano. La celebrazione di una carnalità prepotente e la spiritualità di un animo bambino erano il suo universo, la sua magia, la sua forza. Luce e oscurità danzavano ondeggiando sulle pareti, si rincorrevano, si sfioravano, si abbandonavano, si fondevano in amplessi come due amanti in un delirio senza limiti; un gioco irresistibile.
Alle mie spalle la porta d’ingresso era ormai chiusa. Un’emozione potente mi trascinava verso di lui, verso quella figura che si muoveva in penombra, sicura e sfrontata. I suoi occhi, la sua bocca, le sue mani, esploratori di nuove terre selvagge, come intrepidi avventurieri osavano. Il suo corpo e il calore della sua pelle mi stordivano come una vertigine. La sua immagine sfocava alla mia vista e il ritmo di una danza segreta ci rapiva ormai senza posa. Intravedevo sugli specchi bruniti riflessi di luce e carne, corpi di uomo e di donna che si cercavano e si trovavano, avidi e voraci. Prede sacrificali prescelte per un’iniziazione pagana, le nostre esistenze nascevano, libere prigioniere di sete e fame.

Loredana ha detto...

Sogno di fine estate

Si conobbero ad una festa pochi giorni prima della sua partenza. Era una sera di fine estate, l’aria era calda, l’atmosfera frizzante. Anche lui faceva parte degli invitati. Si lasciava guardare, aveva il volto di un angelo e lo sguardo di un combattente, i suoi movimenti erano decisi, sensuali, plastici e controllati.
Sicuro e gentile le sorrise.
“…wisky…?!” disse avvicinandosi a lei e guardandola a lungo negli occhi.
Sorseggiò il suo wisky ipnotizzata, bevve anche lui, stavano giocando con quel bicchiere e con i loro cuori fragili come cristallo.
“…parto la prossima settimana!” disse serio.
Ballarono a lungo. La notte aveva invaso anche gli angoli più remoti.
“...andiamo via di qui…” disse lui stringendola.
Uscirono, l'aria era calma, percorsero in poco tempo la strada che portava al mare camminando fino alla scogliera. Lui la attrasse a se e la baciò, la sua bocca sembrava conoscerla da sempre. La sua voce era calda e suadente come la carezza delle sue mani, le sue braccia sapevano afferrarla con voluttà. I loro corpi, ormai indistinti, si amarono senza più controllo o veli di pudore. La passione aveva il volto di quella notte di fine estate, dipinto di luce ed ombra, scolpito sulla roccia di una scogliera baciata dal mare. Non si lasciarono fino alla sua partenza, ma poi un aereo li separò. Le restava di lui il ricordo forte dell’odore della sua pelle e il dubbio se mai più l’avrebbe rivisto. Solo la luna, regina e dea delle tenebre poteva stendere i suoi raggi d’argento fino a lui ogni notte, solo per lei né spazio né tempo esistevano, sempre e ovunque l’avrebbe incontrato e raggiunto. Avrebbe voluto essere la luna.

ZANZIBAR ha detto...

I sogni. I sogni sono la realtà di Martino. Spesso viaggia oltre la sottile linea che separa il pragmatico dall’immaginario lasciandosi cullare dall’onda della fantasia. Il suo esistere è un cortometraggio fatto di effimeri piaceri e blande soddisfazioni. Protagonista assoluto delle sue visioni è Giorgio, suo grande amico e disegnatore di fumetti per adulti. Martino lo accompagna da sempre, insieme trascorrono giorno e notte. Il successo dell’uno è determinato dall’altro. La reciproca gelosia sta alla base del loro rapporto. Giorgio si diverte a organizzargli incontri di piacere con avvenenti donne. Martino, sua pedina, si abbassa al gioco dell’illusione per accontentarlo. Martino sa benissimo di essere osservato,studiato e spiato da Giorgio durante gli incontri e per questo si abbandona a peccati solo per stimolare l’immaginazione dell’amico. Soffice il bacio di Martino, dolci le mani che scendono lungo i fianchi, intenso lo sguardo, ruvido il mordicchiamento del labbro inferiore della partner e travolgente la sensualità con cui la afferra e la fa sua. Un doloroso eccitamento abbraccia Giorgio nell’osservare tanta passione. Come se in realtà fossero loro due ad unirsi e diventare un tutt’uno. Intrappolato. Giorgio è intrappolato e ingabbiato nei suoi disegni. Martino è la china soffiata sulla carta, è la trasposizione di un sogno che fatica a diventare realtà, è la rappresentazione grafica delle sue fantasie. Non è altro che un abbozzo della sessualità che Giorgio tanto desidera e che fatica a trovare. È un disegno dell’erotismo fantastico in un mondo disilluso.

oblomov ha detto...

Non dimenticare il piacere


Lara si era appena rivestita, il suo corpo era ancora caldo ed emanava un profumo intenso di plastilina. Si sedette in poltrona, le gambe tremanti, non riusciva a fermarle. “Cristo una volta li facevano meglio questi androidi della New Life. Mariti apprensivi e focosi - Razza caucasica”, così recitava la pubblicità in televisione. Lei lo aveva chiamato Oblomov.“Ciao Lara ho fatto il bucato, ciao Lara ho preparato il....sempre così tutti i giorni, fino ad oggi che gli faccio scopiamo e gli si inceppa quel grosso manicotto di cellulosa che per poco non prendiamo fuoco cazzo, marito focoso sì, ma..”.Chiuse gli occhi. Sentì una mano massaggiarle il collo, poi la schiena ed i fianchi, disegnare le sue forme. Si girò, perduta in quella morsa sensuale, aprì gli occhi ma non c'era nessuno. Tornò in camera correndo. Lui era lì, seduto sul letto, la testa china sul petto, gli occhi sbarrati, assenti, le braccia lungo i fianchi, fin oltre le ginocchia. Il fallo, che pareva un candelabro di cera, andava sciogliendosi colando sul pavimento. Una fiammella bruciava ancora e Lara si avvicinò ad essa con la bocca, per spegnerla. Ma i suoi occhi si posarono sulla testa china di Oblomov, quei capelli scuri di fibra, ancora ben pettinati. Oblomov era immobile, guasto. Fuori servizio. Si leccò la punta delle dita, indice e pollice e spense quella fiamma; scostò il lembo sinistro delle sue mutandine e si fece penetrare, con irruenza, da ciò che restava del caucasico Oblomov.Si muoveva e godeva, ansimando di piacere. Si muoveva e piangeva Lara, di un pianto viscerale, profondo. Il pavimento di linoleum vibrò alla prima lacrima caduta. La lacrima lentamente si dilatò, penetrando in profondità, come fa la pioggia che cade improvvisa su una terra arida e desolata.

Alessandro ha detto...
Questo post è stato eliminato da un amministratore del blog.
Alessandro ha detto...
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gianni ha detto...

La bestia.

Fu un urlo, al limite del disumano, a segnare la fine dell’incontro.
Scolpiti dalla luce di una piantana due corpi avevano appena finito di affrontarsi in una bestiale lotta d’amore fino ad arrendersi. Lo sguardo dell’uomo era quello del vincente, di uno che non si arrende mai. Quell’ambiente sembrò catalizzare i suoi pensieri più profondi, quelli che il corpo esausto e inanimato della donna non avrebbe mai potuto sentire.
- “Perché avere pietà per lei? M’ha usato, ha goduto nel farlo. E, io, gliel’ho permesso. Ora il suo corpo nudo, esanime, è lì, davanti ai miei occhi, arreso dopo la doma. Volevi lo stallone? L’hai avuto bastarda d’una femmina. Solo che oggi ho fatto ciò che poteva dare piacere a me: t’ho usata per saziare il mio fuoco, per asciugare le mie(!) …di voglie. Per soddisfare il mio bisogno di sesso, non il tuo. Anche se t’è piaciuto, puttana! Guardati: hai il viso sfatto quanto il tuo corpo. Rantolavi, perfino, poco fa. Quanto siete troie voi donne se lo stallone è quello giusto. Perdete ogni ritegno. Urlate, graffiate, sbavate, vi contorcete in spasmi orgasmici da paura. Da quelle cosce vi si sprigiona una forza muscolare spaventosa che tende a spaccarti i reni e che ti costringe ad usare vera forza per liberarti e riprendere il controllo. Le santarelline lasciano spazio all’animale che avete dentro: quello che ci graffia l’anima e ci rende eterni schiavi di un eros rabbioso e arrabbiato che non disseta mai, anche quando diventiamo vecchi.
Dio mio quanto sei bella! ..e quanto ti amo, puttana…
Amo il tuo corpo arreso e questo respiro affannato che ancora mi controlla il petto. Amo respirare così e ritornare alla vita col capo steso sul tuo ventre sudato. Riposati. Più tardi mi dirai quanto t’è piaciuto. Più tardi.”
Sfiorò, attento, la chioma rossa della donna.

di Gianni PILUDU

Gianni Piludu ha detto...

Labbra.

Quelle gocce di sudore scivolano a volte lente altre incredibilmente veloci sulla sua pelle lucida e morbida. Non sento battere altro che il mio cuore. Non sento altro.
Denti che sembrano preziose perle incatenano il suo labbro inferiore costringendolo a sottolineare un’inespressa bellezza in quel viso che non riuscirò a stancarmi di guardare. Non si può non godere di momenti come questo e poi dimenticare. Si dovrebbe poter fermare l’attimo, il tempo. Poi rivedere tutto dall’esterno, da altra prospettiva. Vedere l’essenza dell’abbandono, dell’oblio.
Ora dominano i suoi seni diventati di pietra per l’eccitazione e quei fianchi che scandiscono, con ritmo scomposto, gli istanti che precedono il suo nirvana.
Suoni indefinibili: sono i rantoli che raccontano la sua gioia e il suo piacere.
Sensazioni definite: sentirsi dentro di lei e un’unica carne. Aspettare e trattenere l’ansia di arrivare, donarle ancora attimi di piacere convulsivo da potersi raccontare, poi.
Il senso della vita è forse questo?
È racchiuso in questi attimi?
Oppure è racchiuso nella forma e nel profumo del suo fiore di carne che ogni volta violo, e cui non potrei rinunciare, da cui dipendo e che mi rende suo schiavo?
È la mia anima che esce da me o solo altro seme? E se è la mia anima: s’incontrerà con la sua?
Perché questa felicità dura così poco? Perché non dura di più? Non devo pensarci, voglio lasciarmi andare a questo piacere che mi strappa urla che mai farei se non per dolore. Eppure è piacere. E sono urla di concerto con lei. E insieme con lei il respiro e la voce sempre più fievole e pulita. Fino a sentire frequenze vocali dell’adolescente che è in noi e che è tornato a vivere.
Poi il silenzio, pulito dal nostro respiro affannato. La pace nel corpo e nell’anima.
Ho voglia di piangere, sono felice.

Gianni Piludu
gianni.piludu@libero.it

Franca P. ha detto...

ANNA E IL MAESTRO

Anna era giovane. Lui lo sapeva. E vergine. Surreale paradigma della fiducia, da una parte, e della pazienza, dall’altra.
Fu per quel motivo che cominciarono a bere il te a saracinesche socchiuse.
Poi chiuse.
Poi nella stanza sul retro.
Confidenze sul passato e dubbi sul futuro che bastava molto meno dei suoi venticinque anni in più, per dirigere.
La presero in contropiede quelle mani grandi, che le si chiusero a coppa intorno al viso. Dolce. Dolce anche la lingua, spessa come un pene, che attese il segnale per entrare. L’odore di bucato della camicia di lui, saliva alle narici di Anna insieme con quello della saliva e della pelle riscaldata. Con un tonfo celestiale nei polmoni. E un altro, ancora più celestiale, nel basso ventre. Liquefatto all’istante. L’abitudine insegna una sapienza misurata. Tonfo. Che sembra rispetto. Tonfo. Non le sfiorò neppure il seno. Dalla schiena, la mano destra di lui, passò lungo la cintura di Anna, fino al bottone.
Tac.
Cerniera.
Tac.
Sembrava un favore.
Anna non ebbe il tempo di supporre che non era il caso. Per via della fiducia. Certo lui sapeva. E come una campana stonata che vorrebbe non suonare e va fuori tempo col batacchio, il suo sesso rispondeva a quelle dita, con un furore aritmico. Vagamente consolato. Era solo la mano. Che raccoglieva umori da dentro per portarli fuori. In una girandola lubrificata che Anna si chiese confusamente dove gli uomini imparassero. Fu quasi con vergogna che gli depositò nel palmo un orgasmo silenzioso. “Dolcissima…”, le sussurrò sulla guancia. Anna era immobile. Lui infilò la giacca e uscì. Senza lavarsi le mani.
Rumore di campana fessa. Era solo la mano. Rumore di campana fessa. Anna si ricompose e accese la radio. Per non sentire la paura.

francapiste@libero.it

divinapura ha detto...

ascoltero' ora il calar del giorno che mi penetra dentro...luci soffuse che calano negli occhi...ascoltando il rumore del corpo mi accarezzo con il vento.
vibro,appoggiando la mano sulle membra che ridono.
oro fuso cola...palpabile emozione che mi trema dentro,tra un aleggiar di palpebre e le labbra che si incrociano con la lingua umida che azzanna il sapore.
stendimi,luce...prendimi vento...ondula il tempo con inarcar di gambe che strizzano le montagne burrose, per sentir le calde sensazioni che colano.
gocce di rugiada slittano, inzuppando il giorno che sta finendo...
divinapura