Da Siracusa a Damasco
Genere:
Miscellanea
10 aprile 2007
Da Siracusa a Damasco.
Una spedizione alla ricerca delle influenze mediorientali sulla cultura siciliana attraverso suoni, immagini, sapori e parole.
1800 battute per raccontare una storia ambientata in Sicilia o che comunque dalla Sicilia, dai suoi profumi e colori, tragga ispirazione.
Racconto vincitore:
"Un ricordo"
di Marina (marinagua@yahoo.it)
28 Racconti:
C’era una volta, nel paese di Ambiente, Natura, una delle più belle ragazze del paese. Natura era sempre di buon umore. Il suo migliore amico era Terreno: insieme si erano sempre divertiti, facendo scherzi a tutti.
Natura si faceva sempre più bella e Terreno sognava di vivere con lei, ma anche Natura sognava la stessa cosa. Si sposarono e nacquero due splendidi chiccolotti: Acinobianco e Acinorosso. Natura e Terreno erano felicissimi nel vederli crescere, correre, giocare, dondolarsi tra le braccia di nonno Sole e di nonna Vite.
I nonni, in verità, erano preoccupati perché li vedevano interessati solo al divertimento e decisero di parlare con i genitori che in realtà erano sempre stati convinti che, crescendo, si sarebbero resi conto da soli. Ma era in gioco il loro futuro! Bisognava spiegare quale grande avventura li attendesse, compito che sarebbe spettato a nonna Vite..
I piccoli acini, ascoltando la storia, capivano che si parlava di loro, due acini speciali, diversi dagli altri. Dovevano, quindi, stare attenti alla loro maturazione, ma Acinobianco ed Acinorosso non volevano né cambiare aspetto, né lasciare gli amici nè separarsi. Ma i nonni avevano lasciato per il finale la parte più accattivante. Spiegarono loro che avrebbero girato il mondo in comode botti, eleganti barrique e fantasiose bottiglie senza sentirsi mai soli. Avrebbero conosciuto gli zii con cui avrebbero viaggiato. L’umore cambiò, merito del fascino delle storie che si raccontavano su zio Tappo e zia Etichetta, due tipi strani, sempre allegri, che vivevano nell’avventura e con cui avrebbero passato del tempo.
La loro vita stava cambiando ed avevano capito il compito importante e preciso che avevano: aiutare le persone a stringere amicizie, a sorridere e a volersi bene.
Il momento arrivò e Acinobianco ed Acinorosso dovettero salutare amici e parenti.
Il viaggio incominciava!
Il papà Terreno, soddisfatto dei suoi figli, la sera diede gli ultimi consigli. Una frase che i due acini non dimenticheranno mai: le cose buone della vita vanno prese a piccoli sorsi per poterne cogliere veramente l’essenza e la piacevolezza dei sapori.
1400 Km tanta era la distanza che dovevo percorrere per quel mio primo scorcio di libertà tanto desiderata.
Il fidanzamento in casa quel natale era stato il primo passo, e già a Pasqua tutti i discorsi erano stati dirottati verso l'unica cosa che desideravo, andare a visitare, vivere con gli occhi respirare con le narici toccare con le mani quella terra di cui tanto mi aveva parlato il mio ragazzo, il paese dei nonni, poter condividere anche se solo per qualche giorno una realtà diversa dalla mia.
La Sicilia fino a quel momento isola a me sconosciuta era diventata la meta dei miei sogni di ragazza appena sbocciata.
Un piccolissimo paesino Cianciana.
Il profumo degli aranceti, la magnificenza degli alberi di pistacchio e tutte quelle piantine di cappero, ai bordi della strada, con le spine acuminate che ferivano le dita di chi voleva raccogliere quei chicchi tanto saporiti, mi hanno rapita fin dalla prima passeggiata, che feci nella campagna che maestosa si stendeva tutt'attorno alla piccola cittadina.
Ma quel che ricordo con più calore, quel che più mi è rimasto nel cuore sono le persone, uomini e donne capaci di dimostrare affetto in modo tanto diverso dal mio vissuto, che mi hanno stregata, ricordo il mio arrivo, così festeggiato da farmi vergognare, i dolci, coloratissime paste di mandorla dalle forme più bizzarre, ed il pane con il sesamo a me completamente sconosciuto parve una leccornia da sultano o da regina come tale mi fecero sentire.
Gli occhi non conoscevano il confine per lo stupore nel vedere alberi che dalle mie parti erano insignificanti piantine d’appartamento, le arance che coloratissimi soli illuminavano una campagna che mai avrei immaginato tanto verde in piena estate, ed i gelati, le granite mangiate al mattino appena svegli dentro le brioches non avrei mai voluto fermare la voglia di gustare ogni attimo in quel mondo in cui mi trovavo, Alice nel paese delle meraviglie.
In soffitta in un angolo ho ancora quel carrettino siciliano con i nastrini colorati ormai vuoto delle tante mandorle e pistacchi di cui era ricolmo, che mentre risalivo in macchina, che mi avrebbe riportata alla mia realtà, la nonna con un sorriso sdentato mi regalò, felice di avermi conosciuta, nel cuore, nell’angolo della memoria dei ricordi belli ho tante sensazioni, sorrisi, emozioni dell’alba della mia giovinezza segnata da una terra calda ed appassionata che vorrei rivisitare.
La vigilia di Solmon
Solmon era un pastore, era un pastore di quelli turchi e stanchi.
Forse il continuo fluire di quelle pecore era il motivo del suo estenuante estraniamento.
Eran da tempo frequenti le narcosi stordenti e misteriose.
Non dovea contar su nulla. Era solo e scoraggiante il povero Solmon davanti al fatto di un'esistenza già in dirittura: un uniforme e freddo piano senza osare.
A volte si imbambola e tutto intorno a lui si anima accendendo la sua curiosità nell'amarezza.
Con solo pecore neanche una nera e poi un asino che se ne stava ad osservare sempre indignato.
L'asino sì di certo sapeva il significato di una vita da asino, ma non da pastore, non ne aveva nessun dogma.
Solmon intanto vedeva amari amori e passioni, notti di paura e screzi.
Egli pascolava sempre in seno ad un'alta scogliera da dove provenivano fantasmi all'alba di un nuovo fine o scopo.
Fate e dei interpretavano la creazione ogni giorno all'alba.
La dea del sole più di una volta lo invitò a seguirla per crescere ogni giorno con lei.
Era una bellissima, stupenda creatura, ma lui era troppo legato ad una possibilità di cambiamento e di uscita.
Progetti e ambizioni lo impervasavano.
Furon giorni di freddo gelido.
Un singhiozzo ritmico e burrascoso per un giorno intero lo impazientì.
Pulsazioni distorte disturbavano la sua ragione. Lo tenevano però sveglio in contrazioni spasmiche di rianimazione forzata.
La cara dea aveva perso ogni speranza con lui.
Un altro giorno di fatiche e battaglie col suo singhiozzo.
Un giorno senza scrupoli si lanciò di soppiatto a raggiungerla mesto, inseguito da quell'orda di pecore che tanto l'amavano per far tappeto morbido al suo arrivo d'impatto sulla scogliera così appuntita di un nuovo dio pronto a ripeter ogni volta lo stesso viaggio.
Finisce così senza l'impatto. In potenzial di caduta tra nuvole e manti bianchi appeso in posa plastica.
IL GIORNO PIU’ BELLO DELLA SUA VITA
Oggi si parte! Letizia mi porta in Sicilia, a Enna per presentarmi la sua famiglia. “Fai presto, Giorgio” mi strilla dall’altra stanza mentre si asciuga i capelli, io mi devo ancora alzare dal letto e il nostro treno parte tra due ore dalla stazione di Bologna, sarà un lungo viaggio sull’intercity plus.
“Tranquilla amore mio, lo sai che io sono lento alle prime luci del mattino, però poi all’improvviso scatto e non mi fermo più”. Mi riaddormento fino a quando Letizia non mi prende per i capelli già preparata e mi scaraventa a terra. “Muoviti!” poi ribadisce.
Ok! Corro in cucina, il caffè si è fatto freddo e a me freddo mi piace di più, l’orologio sul frigorifero si è bloccato ma la mia dolce metà dietro di me con lo sguardo birichino mi fa capire che non è il caso di sedersi per fare colazione adesso. Scendiamo di corsa, le valige le porto tutte quante io, tranne quella con i miei vestiti che abbiamo dimenticato sul letto. Sono le otto del mattino e la stazione è piena di gente che deve andare in Sicilia. “Allora, dobbiamo prendere il treno per Reggio Calabria, poi lì dobbiamo cambiare con quello per Palermo e da Palermo prendiamo l’autobus che ci porterà ad Enna”. “Azz... e le valige vengono con noi?”.
Entriamo in un vagone già strapieno di bagagli, i nostri devono rimanere fuori, qualcuno siede sul posto che ho prenotato e sono costretto a cacciarlo dalla cabina, questo treno puzza tantissimo. Ci sediamo l’uno di fronte a l’altra, lei mi sorride perchè è da tempo che vuole mostrarmi la sua terra, il luogo in cui è cresciuta e che ama tantissimo. “Arriveremo stanotte, che cosa possiamo fare nel frattempo, seduti qui?” dico io. “Tra un po’ inizierò a parlarti di tutte le meraviglie che nasconde la mia terra, voglio preparati al bello della vita”. “Wow...”. Dopo dieci snervanti e interminabili ore arriviamo a Reggio Calabria, Letizia non ha smesso di parlare un attimo, sto male. Prendiamo l’altro treno, anche se il sottoscritto preferirebbe ammazzare qualcuno e andare in galera. L’altro treno fa ancora più schifo dell’intercity plus, penso non abbia neanche un nome. Comunque sia, a un certo punto perdo conoscenza e ritorno lucido soltanto quando scopro che finalmente siamo arrivati a Enna sani e salvi! All’autostazione troviamo suo padre, un uomo con la barba bianca che inizia a scherzare in dialetto, io gli do tutti i bagagli. “Sei contento?” mi chiede il mio angioletto mentre mi sto accendendo una sigaretta. “Ma vaffanculo”.
Luigi Di Tuccio
ah...mi scuso. non ho lasciato la mia mail: realeastratto@alice.it
Luigi Di Tuccio
La vera storia di Sicilia
Restano le facciate barocche, che l’azione corrosiva del tempo ha voluto benevolmente risparmiare, a contemplare lo spettacolo di un popolo alla deriva. Restano la macchia lussureggiante, i secolari ulivi, le belle ginestre raggianti e le agavi dalle pungenti spine a dare una nota di amenità ad un paesaggio altrimenti tristemente desolato. Passa un’auto d’altri tempi per la provinciale, al volante un uomo anziano con la coppola in testa e lo sguardo fisso di chi nutre dentro un sentimento di rassegnata indignazione stranamente misto ad un certo sadico compiacimento. Tutto il resto è immobile, tutt’intorno regna il silenzio. E s’instaura un singolare e agghiacciante parallelismo fra la staticità dei luoghi e quella degli atteggiamenti degli isolani, dei loro umori, dei loro orientamenti, delle loro linee di pensiero e di condotta. Siamo in terra di Sicilia e qui nulla cambia e tutto resta uguale; qui tutto sembra ridursi ad un colossale, infamante schiaffo al divenire. Nonostante nell’aria si riesca a percepire come un leggero ma persistente profumo di mutamento, le speranze, alla fine, non possono che essere stroncate sul nascere, e nulla accade, e tutto finisce per ripetersi. E’ così che si rinnova l’antica pratica dell’ossequio vile e complice nei confronti dei poteri corrotti e dei cattivi signori. Si continuerà come sempre a parlare degli scandali, dei soprusi, delle ingiustizie, e come sempre lo si farà sottovoce, fra le mura domestiche, e se un grido si leverà ancora una volta sarà inevitabilmente seguito dal rimbombo di uno sparo. E per la provinciale deserta passerà un’altra automobile, stavolta guidata da un giovane siciliano. Lo si vedrà avanzare lento e gli si leggerà negli occhi lo stesso sadico compiacimento di chi, nel tempo, lo ha preceduto.
Enrico Ciravolo, enrilucir@hotmail.com
Forse è stata una pazzia regalarle questo viaggio. Stiamo insieme da troppo poco, ancora non ci conosciamo bene. Sono emozionatissimo. Lei che ama tanto l’arte dovrebbe essere entusiasta e invece, eccola lì, bellissima, i capelli che svolazzano per il vento, gli occhi semichiusi per colpa del sole, il viso segnato dalla stanchezza del viaggio. Neanche mi guarda. Scesi dal traghetto ci dirigiamo subito al bed & breakfast che ho prenotato per posare i bagagli. Quando vede il letto si irrigidisce. Non siamo ancora mai stati insieme. “Ti prego, andiamo subito a fare un giro? Non vorrei perdermi nulla di questa splendida città”. Sull’autobus mi avvicino, si regge a un palo, le sfioro la mano, ma lei di scatto scosta la sua più in alto. Una volta scesi percorriamo una stradina ed entriamo in un giardino, pieno di mandarini, palme e aranci. Una piccola oasi di pace dal rumore della città. E in mezzo a quella natura lussureggiante compare S. Giovanni degli Eremiti, magnifico capolavoro di arte araba fusa con la normanna, dalle forme semplici, i volumi cubici e le famose cinque cupole rosse. Lei si blocca, con lo sguardo sembra voler catturare ogni angolo, ogni fessura, ogni pietra. Lentamente mi prende la mano, morbidamente sento i suoi muscoli rilassarsi, si gira verso di me e mi sorride felice.
Sicilia.......quante volte ho letto di questa terra tra gli scritti di Camilleri....Me la sono imamginata.....bella stupenda calda.......all'odore di arancio ecannella....... Viva di storia e di storie......diverse, uguali uniche tra loro.....
Leggendo tra le righe......tra parole dialettali.....ho visto strade, paesi ...me li sono creati nella mia mente ......suggestivamente.........in uno sfondo misto tra storia e realtà..... E poi? epoi un giorno il Dio amore mi ha portato fino là......e in ,.......una mattina svegliandomi......aprendo la finestra della mia camera di albergo.....mi sono trovata davanti il più bel spettacolo che avessi mai visto...... E ho capito il perchè di quante persone abbiamo amato questa terra fino al sacrificio......
Mi sono innamorata ......di qualcosa che non avevo mai visto......non avevo evidenziato nella mia mente.....e tramite i miei occhi era sempre sfuggito....I fichi d'india .....arroccati ......l'odore del mare ......il caldo ....il sole diverso dallo stesso sole che mi ha accarezzata in altri luoghi ........La Sicilia.....la Sicilia va vissuta compresa.....e non basta guardare un museo.....una chiesa....per capirne l'essenza.......bisogna guardarla con gli occhi di chi vuole scoprire i suoi segreti........La storia che racchiude in sè è la sua bellezza!! ho camminato a lungo...tra le strade......tra i paesi e mi ha sconvolto che tutto era già come me lo ero immaginato......le donne dietro alle finestre.....gli occhi lucenti che raccontano di popoli, di storie..... e i sorrisi.....gli sguardi....e anche a volte la finta indifferenza......
Immerse tra le colline ci sono secoli di storia che ancora si ripete.....c'è gente che vive e rivive ogni giorno la storia...ci sono battaglie, dominazioni che ancora si fanno sentire.....c'è il sapore di terre lontane.......C'è tutto questo in questo piccolo lembo di terra....e forse anche scrivendo pagine intere non riuscirei a descrivere a fondo quello che attraverso il mio sguardo si è sedimentato nella mia anima......e Adesso con la stessa sensazione di quella prima mattina alla finestra.... con la stessa passione della gente che vive e combatte la storia....con la stessa volontà di guardarla con occhi diversi.....e con lo stesso amore che condivido con chi sente sua ogni giorno questa terra.....che lascio che questo mio viaggio continui ogni giorno....Nel mio cuore....non ci sarà mai posto più bello!!!
Nino, un uomo semplice
- Pippina prepara un latte di mandorla a cumpari Luciano, ha lavorato tutto il giorno in campagna-.
- Grazie cumpari Nino, mi è difficile rifiutare, anche se devo ancora cenare, mia moglie mi aspetta-
-E chi ci vo’, due minuti ed è prontu- intervenne la donna, moglie di Nino.
-Chi si dici ‘a Cavalera?- domandò con nostalgia Nino all’amico.
-Tutto bene ‘mpari Nino, le cose arristarru precisi comu l’aviti lasciato Vui, l’uva è quasi pronta per la raccolta, ogni vite ha dei grappoli neri ca scinnunu finu ‘terra, nu spettacolo- illustrò l’uomo orgoglioso.
- E l’albero dei gelsi vicino ‘o puzzu ? I rami si piegavano di quanto era carico ai miei tempi, i carusi s’arricriavano a coglierli, parianu chini i sangu, e più si tingianu con il sugo dei gelsi e più li mangiavano con piacere!- sorrideva Nino, mentre con gli occhi della memoria tornava nella campagna dove aveva trascorso tutta la sua vita. Sin da piccolo i genitori lo portavano con loro, il padre era massaru nella contrada Cavalera, a pochi chilometri dal paese, verso il mare.
Infatti Nino appena poteva, con la bicicletta, andava sulla spiaggia di Marzamemi, una distesa di sabbia colore dell’oro, dove il respiro del mare si fondeva con il ronzio delle api e solo gli uccelli animavano l’aria con le loro movenze. Il ragazzo si sedeva sugli scogli restando in silenzio, osservando il paesaggio nitido, l’orizzonte azzurro, e alla sua destra i chiari contorni delle case del paese vicino, dove i pescatori a notte fonda spingevano le barche sull’acqua illuminata dalle sole lampare e il chiarore della luna.
Il sole colorava il mare di sfumature dai colori pastello e il vento portava nell’aria l’odore degli agrumi: campi immensi di arance rosse miste al colore giallo dei limoni si confondeva con i rami dei verdi e maestosi ulivi. Il viso di Nino s’inondava di un sorriso, lo stesso il quale l’accompagnava per tutto il tragitto del ritorno in campagna, lungo la strada di terra bianca delimitata ai lati da muretti di pietra.
Adesso i suoi occhi erano inumiditi di stille di malinconia: attendeva i giovani agricoltori che abitavano nel suo stesso cortile per avere informazioni della terra dove aveva lasciato il cuore…
la sua gioventù…la sua vita appesa ad un pampino di vite di uva nera…ed il suo cappello a falde larghe per proteggersi dal sole cocente appeso ad un ramo dell’albero di gelsi colore del fuoco…
Melina Gennuso
e-mail semplice.m@libero.it
www.angolodivera.it
N-B- Marzamemi, nota località vicino Pachino ( Sr )
L'ho sempre pensato, creduto, assaporato...che l'amore è tutto, che l'amore è l'inizio di un viaggio, che l'amore è il viaggio stesso. Ricordo ancora quella lontana notte d'estate piena di stelle rimaste a guardare la vita che in un momento solo si consumava. Uno sparo nel buio ed ecco, un lento barcollare, tu disteso ai miei piedi, libero di addormentarti.
Intorno Siracusa come un canto antico con voce di aedo a sussurrare desideri, pensieri , paure, silenzi! Miei, tuoi, ormai così lontani ma intrecciati da quel fine che altro non era che un sogno di vita.
Il tuo corpo semplicemente vestito di un esile colore, il tuo viso che sorpreso si gira e stupito guarda un lontano richiamo di terre abbandonate. La tua terra assomiglia alla mia, stessi colori, stessi odori, quel fare leggero e pieno di movimenti umani. Sul tuo viso una cornice di capelli scuri a ricordare l'anima orientale, il sorriso del sogno, l'ansia di un mattino che non sarà.
Mi avevi detto corri, ti condurrò su orme conosciute, percorsi già percorsi attraverso le pieghe di un tempo che ci accomuna, da Damasco a Siracusa, da Siracusa a Damasco di nuovo noi. Amore ora tu sei inizio...fine...Amore il nostro viaggio è ancora li, fermo...a te condurre quel filo che dal passato mi indicherà la strada. La mia mente sarà il tuo piccolo diario segreto.
Azulejos, giuggiulene e tappeti volanti
L’azzurro del cielo era così intenso e luminoso che abbagliava: il sole, quasi allo zenit, monopolizzava l’etere tenendo in scacco ogni cosa. Profumi esotici e inebrianti aleggiavano nell’aria incandescente che invadeva le magiche e coloratissime vie del centro. Lui, siciliano da sette generazioni nato e cresciuto a Siracusa, finalmente conosceva la grandiosa rivale che un tempo aveva strappato il titolo di capitale alla sua amata città natale: era a Palermo alla scoperta delle sue realtà più segrete.
Procedeva a passo cadenzato, esitante e curioso, estasiato da un mondo che nascondeva chissà quali misteri, quando l’ingresso di un negozio, che apriva ad una sorta di piccolo bazar, lo colpì per la quantità e varietà di cose che lasciava intravedere. Entrò e, guidato dalla strana sensazione di seguire un irresistibile richiamo ipnotico, cominciò ad esplorare l’interno del locale guardando qua e là fra i tanti oggetti in esposizione. D’un tratto la sua attenzione fu catalizzata da una serie di azulejos in gradazione di blu e da alcune giuggiulene al sesamo adagiati in una piccola cesta poggiata sul pavimento, accanto ad un bellissimo tappeto rosso damascato in oro. Non poté resistere alla tentazione di toccare le ceramiche, assaggiare i torroncini e sedere a gambe incrociate su quel lussuoso tappeto orientale; su uno degli azulejos individuò un’enigmatica scritta: “samt al-ra's al zulaicj giulgiulan nazìr al-samt”; la lesse ad alta voce e improvvisamente, sbalordito, si ritrovò in volo che volteggiava leggero sospeso nell’azzurro cielo di Sicilia. Confuso ed eccitato guardava giù e vedeva la città allontanarsi, diventare sempre più piccola, sparire del tutto: era felicemente in viaggio verso la terra di Shéhérazade e dei tappeti volanti.
Black belly dancer
Balla bella belly dancer…balla bella black belly ballerina…balla belly dancer…
Più di un’eco e meno di una voce: un rimbombo martellante, vibrante, a tratti assordante e scrosciante, a tratti strisciante quasi impercettibile; suoni ora armoniosi e ora dissonanti in rimbalzi discontinui. Il coro di una cascata sonora che come una palla da squash impazzita e incontrollabile stava bombardando la sua mente intorpidita mentre una sagoma morbida e flessuosa si muoveva, dapprima come un’ombra e man mano sempre più visibile fino a divenire tangibile, assecondando i suoni e fondendosi con essi. Rumori che non volendo arrendersi si scontravano con la melodia muta di una danza sensuale e dolorosa, riarsa dal sole e inondata di sete di libertà.
…balla bella belly dancer…
Non sentiva più, non riusciva più a percepire l’esitenza del suo corpo, di quella carne che lo aveva fatto uomo e che ora lo stava abbandonando al silenzio del deserto. Solo nel nulla, solo con la sua black belly dancer che lì sulla sabbia infuocata ballava per lui, unica compagna di un viaggio senza ritorno.
Canti di amici, di compagni soldati come lui, di serate affamate di vita e attanagliate dall’orrore, allietate da odalische danzanti e scosse dalle esplosioni delle granate. E’ dura morire così a vent’anni, dilaniati da un’esplosione nemica in terra straniera, generosi della propria vita e del proprio sangue donato a nutrire aride distese desolate e sconosciute. Difficile eppure così facile danzare con un’odalisca velata di nero sotto il fuoco di un sole ormai buio, eclissato da una fine imminente e rapace. Terribile e magnifico ammirarla, desiderarla e seguirla senza quasi indugiare, senza avere il tempo di volgersi a guardare indietro per salutare senza rimpianto una vita che non c’è già più.
Arrivati a Catania ,una volta sceso dall’aereo ,presi l’Interbus delle 10e 41 per Siracusa.
Il caldo era infernale ,non sopportavo lo scirocco , pensai ai capelli ,entrai da un barbiere in via San Sebastiano. “Pasquale tu sei Pasquale!”Mi guardai timidamente intorno,c’ero solo io e il barbiere fissava proprio me.
No ,Io sono il marito della figlia di Michele.
Michele chi ? saarano?
Ma forse ,non saprei.
Nel pomeriggio visitai la zia di mia moglie. “E’ arrivato il dottore. Buongiorno. Voi siete il dottore? “Nuzza mi guardava smarrita. Evidentemente non mi aveva riconosciuto;era passato un anno e lei si era ammalata ed era sempre un pò stralunata.
”Si Si è il dottore !”proruppero in coro le due figlie speranzose che davanti ad una “autorità “ la cara mamma smettesse di voler andare a letto tardi costringendole ,tutte le sere, ad una faticosa veglia.
Con aria professionale ,provai ,con fermezza, a suggerirle:”massimo alle 10 signora .” Ma non mi viene sonno.” borbottò lei... “Non importa”,faccio io, “chiudete gli occhi e aspettate.” :
Ho saputo come,dopo il mio allontanamento ,l’adorabile vecchietta si sia un pò sfogata :”non lo voglio più quel medico,non mi ha nemmeno misurato la pressione!”.
Ma la meta la raggiunsi il Lunedì successivo.
Aereoporto internazionale di Damasco:
“Accidenti! guarda il padre è il padre di Shamir ,quello che da due anni lavora a Milano,in Italia”.
Sento borbottare in italiano dietro di me,. Mi giro:”No giuro ,non sono nemmeno meridionale,sono di Reggio Emilia”.
.Eppure no.Non è possibile! sul passaporto,il mio ,che sto porgendo al poliziotto c’è proprio scritto Pasquale Shamir ...professione medico.
L'E-MAIL
Una e-mail da marinagua…
“Ciao, Ti sto scrivendo dal terrazzo di casa mia: qui il silenzio regna sovrano; vivendo fuori città posso godere del privilegio di ascoltare solo i suoni della natura. Una tiepida brezza accompagna il volo di due rondini migrate precocemente: la primavera è venuta ad accarezzare le nostre terre anzitempo. Sto osservando gli alberi di mandorlo fioriti, sono stupendi: una macchia bianca su un terreno baciato sempre dal sole. Sono stata alla Sagra del Mandorlo in Fiore, domenica scorsa: la Valle dei Templi era un tripudio di colori, musica, costumi di etnie diverse; all’ombra del Tempio della Concordia ho assistito all’esibizione di gruppi folkloristici davvero straordinari. Non so perché in mezzo a tutto quel divertente trambusto ti ho immaginato accanto a me, con il maglione arrotolato attorno ai fianchi, le maniche delle camicie tirate su, oltre i gomiti ed il gambo dell’acetosella tra i denti. In tuo onore ho, persino, gustato un delizioso cono al pistacchio…Se penso a quanto ho riso, quest’estate, quando mi hai confessato di non avere mai visto un pistacchio in vita tua! Qui potresti distenderti all’ombra di centinaia di alberi di “fastuchi” e sarebbe bello vederti con una pietra in mano intento a schiacciarne il guscio sopra un altro masso! Ti porterei lungo il viottolo che arriva in cima alla collina, tra gli alberi di ulivo, attraverso i campi che si preparano ad esibire il colore giallo del grano e ti accorgeresti di quanto il panorama osservato da qui sia affascinante, con la sottile linea azzurra del mare, all’orizzonte, che si confonde con il cielo. Così, mi godo questo splendido momento… e ti penso.
A presto, Marina.”
“Da lucabi: Prepara la stanza per gli ospiti: a Pasqua scendo giù in Sicilia.”
ULIVI
Mi piace stare qui sotto i tuoi ulivi. Crescono forti su questa terra grassa, ricoperta di erbetta. Gli ulivi delle mie estati d’infanzia crescevano su una terra sabbiosa e assetata. Le radici succhiavano la poca umidità della notte e davano dei frutti piccoli e sodi. Ma l’olio pastoso, con il retrogusto quasi amaro che se ne spremeva, soffritto con il peperoncino infuocato, rendeva ogni piatto un concentrato di sole. E sì che si mangiava quelle estati in campagna, giù in Sicilia! Una tribù di almeno venti persone tra zie spignattanti, parenti e cugini di ogni età. Le donne andavano quasi tutti i giorni al mercato. Anche mia madre, non del posto, amava i colori e gli odori di quei banchi di pomodori, di ortaggi e di spezie che stordivano i sensi. Mio padre la guardava sparire tra la folla con i sacchetti in mano, vicino a sua sorella. Stringeva gli occhi azzurri e sorrideva sotto i baffi.
Varcata la soglia della sua vecchia casa, mio padre riacquistava l’accento siculo e, come ancora oggi, finiva irrimediabilmente in balia delle premure delle quattro sorelle:
“Francuzzo! Maria che stancu! Hai fami?”, e subito una sorella gli porgeva un pezzo di pane innaffiato con l’olio.
“Ti dissi che Lina, la mugghiere di Totò, si sciarrì in chiazza con Carmela, la figghia di Tano?” e un’altra sorella gli metteva la sedia dietro le ginocchia.
“Frà vuoi il caffè?” e un’altra ancora gli dava un bicchiere di vino in mano e poggiava la tazzina di caffè sul tavolo. E mia madre, che voleva fare una passeggiata a Caltagirone, rimaneva invischiata con lui nelle maglie affettuose dell’ospitalità siciliana.
Durante quelle estati, l’acqua era sempre troppo poca ed i cassoni si svuotavano con tre docce. La frescura dell’ombra aveva il sapore dello sciroppo di latte di mandorle che mi offriva mia nonna quando ero ancora più piccola. La osservavo mentre sgusciava le mandorle ammucchiate nei sacchi, seduta all’ombra del fico, nel cortile di casa. Le cicale quasi mi ipnotizzavano. Mio nonno, col bastone e la coppola, le stava seduto vicino e quando mi parlava non lo capivo e scappavo.
Sono anni che non torno in Sicilia. Troppe cose sono state ingoiate dal tempo e quelle più preziose non ci sono più.
Ora sono qui che ti sorrido, all’ombra dei tuoi ulivi che crescono su questa terra grassa, ricoperta di erbetta.
Francesca
ncesca@hotmail.com
Lago
Seduta sul parapetto, si perdeva davanti a quel magnifico panorama, affascinata da un lago. Eleonora pensava che un giorno lo avrebbe attraversato, per raggiungere un uomo che l’avrebbe amata, come solo i principi, delle storie che le raccontava il nonno, amano.
Da grande scoprì che per attraversare il lago bastava imbarcarsi su un traghetto. Quello che, sin da bimba, le aveva rubato tempo e cuore era lo spazio di mare che separa la Calabria dalla Sicilia, il temuto tempio di “Scilla e Cariddi”.
Non sapeva ancora che attraversarlo fosse così doloroso e triste, lo scoprì quando gli occhi di lui l’accompagnarono sul traghetto.
Si erano innamorati per caso, un incontro non programmato, come tanti, eppure le tolse il respiro, le fece conoscere la gioia e il dolore di un amore rubato.
Il sole che spunta a Nord-Est, due ragazzi seduti sulla spiaggia, lei ha il sapore di tenere note d’amore sulle labbra, lui la tiene tra le sue gambe, alba, gabbiani, pescatori e reti li trovano insieme.
Ritrovarsi sull’isola, Enotria, risuona questo nome nella sua mente, mentre il profumo del mare la riporta da lui. “Ti farò gustare del vino alle mandorle”, le sue parole riecheggiano nella mente.
“Perdersi tra le sue braccia”, accarezza da mesi questo pensiero, mentre i profumi si diffondono nell’aria e i sensi godono di frutti non vissuti.
Lei ricorda Marianna Ucria, in fondo basta agitare i piedi e i sogni si avverano. Molte volte la realtà è solo lo specchio dei sogni, ti fa vedere le cose per poi riprendersele e chiuderle in gocce di pianto amare.
Il suo profumo sulla pelle e le lacrime, questo è quel che rimane ad Eleonora, tra gli sguardi sgomenti di Scilla e Cariddi. E’stato un sogno, anche gli odori si disperdono, riportando indietro l’incontro di due sguardi che si cercano.
Domenica Carrozza. (Locri, RC)
e-mail: domenicacarrozza@libero.it
Sicilia.
Per me la Sicilia inizia da quando il traghetto si stacca da Villa San Giovanni, da quella mezz’ora di mare.
Cerco con lo sguardo da un lato la sottile striscia di terra che scivola nell’acqua e a sinistra l’ombra della Montagna. Ogni volta è commozione, è come lasciassi il peso dei giorni difficili sulle coste delle Calabrie e portassi con me solo l’anima aperta a ricevere tutto quello che l’Isola vorrà offrirmi.
Perchè è soprattutto Isola. Lontana dalla terra e confusa nel mare. Isolata da tutti i secoli in cui popoli di altre razze hanno lasciato le loro orme in ogni luogo e il loro retaggio nel sangue.
Sono una mezza siciliana.
Papà era siciliano, di un paese quasi sul mare che del mare mantiene la sensazione salmastra nei mezzogiorni di sole a picco.
La mia metà siciliana è forte e se parlo di radici, parlo dell’Isola perché nella vita nomade che ho fatto e tra tutte le famiglie che ho perso è rimasta l’unico posto dove ho ricordi della mia infanzia e dove c’è chi quei ricordi me li racconta, con un sorriso che nasconde una lacrima.
Ho immagini come cartoline e di ognuna posso sentirne il suono e l’odore.
Le case vecchie calcinate dal sole, quelle nuove troppo vivaci e stupide e l’esplosione stupefacente di un balcone e di un fregio in un barocco perfetto.
Gli oleandri polverosi, le palme nella piazza, il lastricato di pietra bianca lisciato dagli innumerevoli passi, il buio fresco di un portone aperto su una scalinata nera di pietra lavica, l’odore forte delle spezie come fosse Africa.
La terra rossa, grassa e fertile della campagna, che ostinata e saggia resiste allo stupro della lugubre plastica nera delle serre.
I profumi del mare e della terra sono legati all’aria che respiro come se la bevessi nelle fredde albe delle estati torride o negli estenuati tramonti del tiepido aprile.
Nel paese di pianura dove vivo mi sorprende una voce che parla con quel liquido, morbido accento e mi sembra per un attimo di essere là, nella piazza, ad assorbire la musicalità di quella lingua.
Sicilia.
L’Isola.
La mia Isola.
liberante2@libero.it
23 maggio 1992
Sulla nave per tornare a casa. Finalmente potevo rivedere la mia famiglia.
Palermo era lì, davanti a me, per l’ultima volta. Forse. Anzi no.
Meditavo di tornare, con tutta la famiglia.
Ora non la vedevo più come un incubo a causa di quel trasferimento senza senso che, alla fine, ero riuscito ad evitare. Ora l’avevo scoperta e avevo imparato ad amarla.
Poi tutte quelle sirene. Quante! Perché?
Mi sconvolse l’urlo d’una donna e il suo pianto disperato. Mi girai verso lei e cercavo di capire. Ancora altre urla e bestemmie, ma contro la mafia.
E un uomo, che singhiozzava seduto sul pavimento della nave, ripeteva continuamente:
“Non finirà mai…”.
“Che succede?” gridai.
“Ma come non l’ha sentito?”
“No…”
“Hanno ucciso Falcone, con la scorta”
“L’hanno fatto saltare in aria…” aggiunse un altro.
“A Capaci!” un altro ancora.
Davanti a me tante persone in lacrime che andavano su e giù per il ponte. Mi venne in mente di cercare una sala con televisore per cercare di capire meglio. Dopo qualche minuto compresi che era tutto vero ma ciò che mi sconvolse di più fu che ero passato sopra quella bomba 20 minuti prima di loro.
Tutti morti.
Palermo non meritava tutto questo. Eppure riusciva ad esportare solo questa immagine violenta e cruda d’una realtà che non avrebbe mai voluto. L’avevo capito bene durante quei giorni che mi ospitò e che mi permise d’amarla tanto. Proprio Palermo, il vecchio salotto buono dell’intellighenzia europea, doveva subire ancora un affronto come questo.
La nave cominciò a salpare.
“Strano” pensai “perché, per sicurezza, non aspettano? Magari trasportiamo proprio quelle bestie che l’hanno ucciso”
Un giovane, sui 20 anni, mi avvicinò per chiedere d’accendere.
“Non hanno capito niente!” disse, con un ghigno, mentre tirava la sua prima boccata di fumo .
“E’ stata fatta giustizia!”
Gianni Piludu
gianni.piludu@libero.it
NEVE
“Domani, forse, nevica, lo hanno detto in televisione!” – sono le parole di Enrico dopo la deludente giornata invernale di sole e cielo azzurro. Lui, mio figlio, ha cinque anni e da tre aspetta di vedere la neve cadere nella sua città! “Non qui, sicuramente” – gli rispondo smorzando col mio tono spoetizzante il suo illuso entusiasmo. “No, no, hanno detto proprio in Sicilia, l’ho sentito!” – “Sì, ma noi non viviamo in montagna…” – Chissà perché mi ostino ad impedire il decollo di un sogno maturato in anni di desideri mai esauditi! Forse proprio per evitare l’ennesima delusione di fronte ad una realtà sempre uguale: qui è più facile fare il bagno a fine ottobre che indossare un cappotto in gennaio! “Uffà, ma quand’è che posso affacciarmi al balcone e fare i pupazzi di neve?” – Credo proprio mai, figlio mio! - un pensiero naturalmente inespresso. Eppure, neanche a me dispiacerebbe svegliarmi al mattino ed osservare dalla finestra l’uniformità di uno strato profondo di neve imbiancare tetti, strade, automobili…Sarebbe fantastico! Coprirsi il capo con pesanti berretti di lana e il collo con un lungo sciarpone; indossare guanti di tessuto impermeabile e calze doppie dentro caldi stivali! Già, correre in cortile con i bambini, diventare bambina come loro ed ingaggiare una sana battaglia…di palle di neve! E magari modellare un mitico pupazzo, di quelli che si vedono nei film americani, nei giardini delle case, dietro finestre per metà coperte dalla neve soffice caduta durante le fredde notti di inverno! – “Mamma, ma a che pensi! hai sentito cosa ti ho detto?” – “Sì, sì! Adesso corri a letto. Domani si vedrà!” – rispondo col ritrovato disincanto di chi sa che il giorno successivo indosserà una gonna sopra collant venti denari, un paio di mocassini… e andrà alla messa di Natale!
Marina Guarneri
marinagua@yahoo.it
Insolazione
Seduta sul muretto, le gambe abbronzate che dondolavano sotto il vestito leggero, Livia guardava i salinai. Su per la rampa, la carriola vuota, il passo deciso. Giù per la rampa, una piccola montagna di sale da trasportare, i piedi che frenavano appena la discesa. Intanto, un uomo contava le carriole e un altro ne cantava la storia. Il ritmo di quella canzone scandiva il loro lavoro. Da sempre così, come quel giorno, sotto il sole cocente della Sicilia d’agosto.
Fabrizio, all’ombra di una trattoria poco più in là, mangiava pasta con le sarde e lasciava correre. Fiumi di vino e di parole fluivano come se nulla fosse nelle sue vene. Lui era fatto così. Trent’anni appena non erano ancora abbastanza per farsi incatenare. Voleva conservarsi per qualcos’altro. Per il futuro.
Livia guardava i salinai, il contrasto dei torsi nudi arrostiti dal sole contro le montagne di sale. Incandescenti. Vuole conservarsi, il cretino. A un tratto le montagne di sale si colorarono di rosso, poi di verde, poi di giallo e viola: un caleidoscopio di colori le si poneva davanti agli occhi. Poi il buio.
Silvia sentì improvvisamente la voce di Fabrizio che la chiamava da lontano. Cercò di seguirla, ma era soffocata. Cominciò a correre verso le montagne di sale, a scavare con le mani, graffiandosi e scottandosi in mezzo a quei diamanti bianchi. Scavava e scavava, seguendo il ritmo del canto dei salinai, seguendo la voce soffocata di Fabrizio. Poi lo trovò, in mezzo alla montagna di sale.
“Che ci fai lì?”
“E che ne so? Mi ci hai messo tu!”
Livia capì. Cominciò a ricoprirlo nuovamente di sale mentre il ragazzo soffocando la chiamava.
Se vuoi conservarti per un futuro indefinito, va benissimo. Vuoi fare il moderno, eh? Beh, io sono all’antica e ti metto sotto sale. Conservati come gli antichi.
Slawka G. Scarso
slawkag.scarso@gmail.com
Nanopausa
Si diceva che avesse origini siriane: forse per via dei capelli troppo neri persino per una siciliana o di quell'incedere fiero, insolito e allo stesso tempo famigliare. Ortensia era arrivata dopo un'estate infuocata per badare alle api di Tancredi, ormai troppo vecchio e invalido. Faceva il miele, parlava poco e non rideva mai. Al villaggio era temuta e rispettata: le comari la salutavano con gli occhi bassi e non osavano pensarne male. La domenica partecipava alla liturgia, ma poi se ne tornava nella casetta grigia e gialla in fondo al paese. A cosa pensava Ortensia? cosa nascondeva il suo cuore? Perché qualcosa doveva nascondere. Nulla di quello che mi rivelava nel confessionale riusciva a chiarire il mistero, così un pomeriggio la seguii. La ragazza, mentre si arrampicava su per l'Etna, sembrava a tal punto rapita dai suoi pensieri da non essersi nemmeno accorta di me. E questa impressione contribuiva a farmi sentire un mascalzone, un viscido ficcanaso, ma io dovevo sapere. Dovevo. Giunta su un'altura improvvisamente si fermò; restò immobile qualche minuto, dopodiché si sedette su di un sasso. Io non riuscivo a credere alla mia vista: guardava fissa davanti a sé e sorrideva beata. Accecato dalla curiosità mi avvicinai e le domandai ansioso: "Perché ridi?". Per nulla stupita, si voltò e con grande naturalezza mi rispose: "Perché sono felice". Rimasi muto: un senso di sollievo mi invase con una intensità tale da farmi cedere le gambe. Allora mi sedetti al suo fianco e restammo lì per lungo tempo senza dire nulla, sereni e scaldati dal sole di maggio. In cielo, sopra i castagni e i faggi, alcune anatre ritardatarie rincorrevano lo stormo già lontano. Il mondo mi sembrava più giusto: ora sapevo che anche Ortensia rideva di gioia.
panda.tucatuca@virgilio.it
BALARM (1)
Percorro in fretta via Maqueda, le otto del mattino,e come ogni giorno, troppo in ritardo per aspettare un bus pigro e sonnecchiante, ingurgito asfalto nero bollente a colazione. Lo smog è vapore che sbuffa espresso dalle auto, e odora persino di caffè di tanto in tanto, mentre mescolo immagini sfocate dentro un bar.
India, Fotottica, Tunisia, Abbigliamento, Marocco, Gelati, Egitto, Internet Point, ci sono quasi… in Cina avrà termine la mia corsa da cuore in gola. L’ordine delle botteghe. Il mio tragitto.
Semaforo dei Quattro Canti. Verde.
- Signorina…!!! Att…
Troppo tardi. In prossimità dell’agognato semi-traguardo, il proprietario della libreria ad angolo con C.so Vittorio non fa in tempo ad avvisarmi di non aver ancora risciacquato la sua porzione quotidiana di lastricato. Finisco gambe all’aria e naso in su, mentre le quattro statue abbassano lo sguardo in quell’unico slargo in città che vede monti e mare insieme. Ridono. Piano. Poi sempre più forte. Di me. Ma chi si credono di...
Mentre mi rialzo mi accorgo che i dedali di stradette hanno un abito nuovo. Beati loro. Blu cobalto. Ricamato sull’orlo un ghirigoro d’argento ne traduce il nome in arabo.
Il mio invece è grigio passeggero distratto. Nella fodera ho i colori di Halisah (2) e Qasr (3). L’etichetta porta su scritto Balarm.
E se provassi a girarlo a rovescio?
Alessandra Casamirra
alcarmjanis@yahoo.it
(1) Balarm, nome arabo di Palermo
(2) Halisah (Eletta, oggi Kalsa), nome arabo del borgo di Palermo che circondava la città antica.
(3) Qasr (castello, fortezza, detto Cassaro), nome arabo della città antica.
SICILIA LONTANA
Mia amatissima Terra, ti penso sempre in questa Genova dove sono emigrato 40 anni addietro; però non dimentico mai i miei 25 anni di vita a Porto Empedocle.
Le note e i versi di "vitti ' na crozza" mi riempiono sempre di struggente nostalgia e mi riportano ai tempi della mia fanciullezza e della passata gioventù quando si andava al cinema con 50 lire (alla domenica) e, in estate si prendeva il gelato al bar Ruoppolo e poi si andava via senza pagare o quando si organizzava una festa danzante per "fare l'alba" e csì veder passare i bolidi del giro automobilistico di Sicilia (Ascari - Villoresi - Castellotti - Moss - il barone Bordonaro - il preside Vaccarella).
Ricodi una terra in fiore, arsa d'estate pe la cronica mancanza d'acqua, mite d'inverno, sempre misteriosa, sanguinante e sanguinosa.
Come quella volta, quando mentre facevo il solito su e giù per via Roma a Porto Empedocle, un mio amico mi disse terrorizzato: "Hai saputo? Hanno amazzato il comissario Tandoy, ma una pallottola di rimbalzo ha colpito in fronte Nino Damanti che era lì per caso; è morto anche lui; che disgrazia, che combinazione, non c'entrava niente!".
Già, non c'entrava niente povero ragazzo; aveva appena sedici anni; doveva incontrare la ragazza e invece ha incontrato la Signora in nero.
E poi ci furono i funerali in un mare di folla e un oceano di lacrime!
Cara Sicilia mia che a volte ti piangi addosso pur sapendo i tesori che custodisci (la Valle dei Templi, Siracusa, la Cappella Palatina e il Palazza dei Normanni a Palermo, Monreale).
Ma è un attimo e poi ti rissolevi, bella e fiera come sempre.
Da Genova con amore, uno dei tuoi tanti figli sparsi per il mondo.
MICHELE CALDARERA
Genova, 2 aprile 2007
UN RICORDO…
Come ogni martedì vado al mercato; sono abituata ai ritornelli urlati dei “putirai”, frutta fresca ed ortaggi di stagione profumano l’aria; sono davanti ad una “putia” di pesce quando ad un tratto le mie orecchie vengono raggiunte da un musica familiare, che si definisce perfettamente pur in mezzo a tutto quel rumoroso contesto. Vengo d’improvviso rapita dentro un ricordo, uno momento della mia vita universitaria che torna ad investire con prepotenza i miei pensieri…Ho la Sicilia nel sangue, ma solo una città nel cuore: Palermo, quella dei vicoli interni, dove si svolge la piccola quotidianità, dei mercati rionali, la Palermo che ho vissuto di più e amato e conservato fra i ricordi più cari. Torno indietro nel tempo, al pomeriggio prima di un esame…mi trovo sul terrazzino di casa mia, al centro di Ballarò. Un carretto ambulante tormenta il mio udito con una canzone ripetuta fino all’esasperazione; staziona proprio nella stradina sottostante, davanti ad un’osteria dalla quale sale un nauseante odore di “frittola” e brodo di interiora bollite; a quell’ora la frenetica attività del mercato va scemando ma le cassette di frutta e verdura, le bancarelle che espongono dentro ceste invecchiate olive nere e capperi, peperoncino e spezie, sono ancora là, lungo i bordi della strada. Quel motivetto nelle orecchie, “Mediterraneo-o-o-o…”, sempre lo stesso, come una cantilena ipnotica ed io che cerco la concentrazione per ricominciare a studiare… Rapidamente le immagini del mercato di Ballarò si sovrappongono alla realtà analoga che sto vivendo nella mia città: l’occhio torbido di un pescespada mi fissa spento sul suo letto di marmo, centinaia di acciughe sotto sale assiepate dentro “buatte” di latta chiedono in sordina di essere liberate… -“Vorrei solo un po’ di queste alici, grazie”.
marinagua@yahoo.it
TERRA
La mia terra talvolta è arida da sembrare pietra, diviene avida di frutti e bramosa di acqua. In questa stagione, quando il caldo torrido secca anche gli organismi più abituati, è attraversata e percorsa da spaccature, come il corpo di un atleta olimpionico da vene e nervi. Sembra sgretolarsi, eppure è dura, come una madre severa. E l'aria, l'aria poi ti fiacca, così calda da sembrare artificiale, così densa che la puoi toccare. Questo cielo non l'ho ancora scordato, nonostante la lontananza, le distrazioni della vita nuova, i colori diversi in cui mi sono abituato a vivere, forse un po' smorti e insignificanti. Qui invece è tutto forte e i sensi gioiscono in questa terra. Gli occhi scoprono tonalità vive, le orecchie si riempiono della voce del mare che si apre verso sud, la lingua assapora gusti decisi e pieni e gli odori li senti entrare nel profondo dell’animo - come scordarli! -, invadere ogni canale interno al corpo, profumo di agrumi e salsedine, di sole e marsala. Rivedo tutto questo nei volti familiari della gente del posto, la mia gente. Rivedo in loro il volto e l’essenza di questa terra da cui sono scappato, ma che conservo nel sangue, caldo e ostinato come gli sguardi di chi non ha tradito le proprie radici. Dovevo lasciarti, terra mia, dovevo andare, dovevo assecondare l’impulso di giovane irrequieto, che rinnega pur amando, che fugge guardando sempre indietro. Dovevo seguire lo stormo, se no sarei rimasto indietro.
ludcolussi@yahoo.it
Cecilia mordeva gustosamente una minna di Sant’Agata, mentre dal cielo, infuocato e roboante, piovevano a intermittenza pallottole infuocate, che bucavano giacche e impermeabili.
- Ti piace? – chiese la mamma, vedendo il volto stranito della figlia con gli occhi sbarrati.
- Non lo so! – fu la risposta non troppo rassicurante della piccina, che continuava a tenersi ben stretta.
Ed era vero! A Milano non aveva mai assistito a uno spettacolo così pericoloso! Là, per lo più, si trattava di qualche sporadico fuoco d’artificio, che lasciava sempre allo spettatore la scelta di ammirarlo o quella di fuggire, ma a Catania, tutto questo era impensabile la notte magica di Sant’Agata. Così anche lei si trovava senza via d’uscita, costretta a guardare quelle luci e ad ascoltare quei botti, intermittenti e continui. La città pareva impazzita e tutti avevano perso la concezione del tempo, impegnati com’erano notte e dì, a procacciare affari o assicurarsi diletto.
Reggendosi a fatica sull’asfalto incrostato di cera, per il passaggio della processione, Cecilia perse la presa e scivolò, rovinando a terra.
A sirene spiegate, l’ambulanza raggiunse il nosocomio vicino, dove appurarono subito la gravità delle sue condizioni e la necessità di un intervento chirurgico urgente.
La madre, tutta sola, attendeva rannicchiata su una panchina e bagnava fazzoletti di carta, che ritmicamente faceva cadere nel cestino accanto. Ma lei era una “madre coraggio” e, dopo aver perduto il padre, un fratello e il marito, non voleva lasciar partire la figlia. Si mise a telefonare a tutti, parenti e amici, e a chiedere preghiere a Sant’Agata per ottenere la grazia. Poi chiuse gli occhi e quando li riaprì, intravide il sorriso compiaciuto del primario, appena uscito dalla sala operatoria.
Un drappello sparso di pomici levigate, migranti dalle Eolie, toccò fragorosamente terra vicino alla borsa-frigo.
Alberto e Davide giocavano a farsi scaraventare sulla battigia dalle onde di un Maestrale che faceva quasi paura. Ridendo, in un chiacchiericcio semiurlato da cui si impennava qualche “Mamma, guarda…! Vieni!”.
Eva e io, in quella tarda mattinata di un Settembre che dalle mie parti è Luglio, ci eravamo incamminate con l’inutile carico di due ombrelloni che con quel vento sarebbero diventati armi improprie. Rosmarino e ulivi, soprattutto, a consolarmi i piedi impreparati, nel tragitto.
Sulla spiaggia Petra (la meticcia bionda), aveva trovato riparo al troppo sole e al troppo vento, di fianco ad una barca rinsecchita.
“Mamma, hai visto che capriola!?”
La sensualità possente della pelle olivastra che le inguainava un cuore di madre orgogliosa e di amante fiera e fremente, sfidava le frustate del pareo. Eva in piedi, con cavigliere a sonagli.
Al suo fianco, io e la mia pelle ramata del Nord, ci mangiavamo i capelli.
“Mamma, guarda: ho trovato un sasso quasi trasparente!!”
Gli occhi larghi e il fumo che le fuggiva in fretta dalla bocca, Eva ricalcava, su quella spiaggia, le orme che l’anno prima l’avevano portata, di corsa, a riabbracciare lo stupore di quel corpo arcinoto, appartenuto a un passato mai passato. Un amore Antico, nato di spalle e finito nello sconquasso.
“Mamma, hai portato l’acqua?”
Certo che l’aveva portata.
Eva racimolò, con perizia, i capelli sparsi, ai quali mise un morso di elastico azzurro.
Ritentammo spesso, quella mattina, di finire la partita. E non tanto per i fogli svolazzanti o gli orli degli asciugamani che non volevano saperne dei sassi agli angoli.
Eva e io eravamo spettatrici di un vento che le stava finalmente levigando i ricordi.
La giornata era stata lunghissima.
Il caldo non lasciava neanche un attimo di tregua neppure dopo il calare del sole.
I siciliani avevano portato dei fichi d’India e li sbucciavano.
Le donne usavano le mani nude, mentre gli uomini li tenevano con la forchetta: due tagli per togliere le estremità superiore ed inferiore, uno centrale poco profondo nel senso della lunghezza e la buccia si scosta completamente.
«Si mangia tutto insieme, senza morderlo: bisogna tenerlo fra la lingua e il palato, schiacciarlo delicatamente e lasciarlo sciogliere in bocca prima di ingoiarlo».
Lea provò incredula, ma dovette confermare. Sbucciati, là davanti a loro, erano ancora più invitanti. Si allontanò per non cedere ancora a quella tentazione.
Seduta sui gradini sotto il cielo stellato, ripensava agli ultimi eventi.
Era finito anche il terzo giorno dei nove previsti in quell’Oasi in provincia di Caltanissetta, dove partecipanti al convegno provenivano da tutte le parti d’Italia.
Melo la raggiunse. Le parlò di lui, degli studi passati e di quelli da completare, dei successi, delle ansie. A lei sembrò di tornare indietro nel tempo, agli anni dell’università. Gli raccontò di lei, della laurea, dei sogni, della realtà. E le sembrò estremamente facile. Il calore di Sicilia scioglie il ghiaccio più resistente.
Bisognava riposare almeno qualche ora per poter affrontare i lavori che il giorno successivo avrebbe offerto ad entrambi. A lui sembrava di doverla già salutare per sempre.
«Vorrei che non ci fosse tanta distanza fra noi».
«Ho imparato tanto, -disse lei – anche a mangiare i fichi d’India».
Lui sorrise e sussurrò:
«Tu sei come questo frutto: all’esterno punge se non usi cautela; ma se lo sai sbucciare, e ancora di più se sai mangiarlo, riesci a gustare fino in fondo tutta la sua dolcezza».
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