Il libro è servito

13 marzo 2007
Il libro è servito.
Letteratura tutta da gustare: si parla di cibo non solo per la mente ma anche per gli occhi.


A differenza del precedente, questo evento non pone vincoli di “genere”. Non parliamo esclusivamente di letteratura erotica, giallo/noir, letteratura per ragazzi, ecc..
Avete ampi spazi di manovra.
Sbizzarritevi…

Racconto vincitore:
"Il nocchino del nonno"
di Tommaso Chimenti

32 Racconti:

Tommaso Chimenti ha detto...

IL NOCCHINO DEL NONNO

Il nonno arrivava con i pasticcini.
“Ecco le paste” tuonava dal suo metro e novanta tutte le domeniche. Prendeva sempre i cannoli alla crema. E Natale per lui era domenica. Sempre e comunque. Insomma era festa. Si era incurvato negli anni ma le sue mani quando calavano per darti uno scappellotto lasciavano ancora il segno. Io e mio fratello stavamo sempre alla larga da quei remi a forma di dita. Mio nonno era stato muratore e non perdeva tempo per rinvangare la memoria, per dirci quanto eravamo fortunati.
Ogni Natale la stessa solfa.
“Ai miei tempi” attaccava. Al calore del termosifone le orecchie a sventola mi andavano in fiamme e i miei cugini più grandi si divertivano a tirarmi i biscotti. I cappotti si ammassavano in salotto e mia madre controllava con occhio vitreo il suo divanoeduepoltroneinpelle deturpato e tumefatto. Stuprato. Sembrava un campo di battaglia.
Lei sorrideva inebetita, una paresi continua per tutto il venticinque. La sua zona, i suoi mobili e quadri, i suoi tappeti calpestati dagli Unni, lo sporco in cucina, la confusione.
“Questo è l’ultimo Natale che facciamo con mia sorella”, la sentivo mentre si spogliava. Si sfogava mentre mio padre era già con il piumone fino al naso.
“Sono distrutta, ho cucinato tutto il giorno e domani devo pulire tutto” e si imbacuccava sotto le coperte lagnosa ma in fondo felice.
Nel pomeriggio giocavamo a Mercante in Fiera. Il Lattante non lo voleva mai nessuno. Neanche a venderlo a peso d’oro. Non ho mai saputo perdere. Al primo frignio il nonno arrivava come un molosso. Spostava la sedia all’indietro. Mi dava una pacca in testa come a dire “Che cosa hai da piangere è un gioco”, poi guardava i miei cugini più grandi. Sembrava li volesse fulminare. Il giro dopo vincevo, le lacrime si seccavano ed io volevo bene al nonno.

Fabio Musati ha detto...

In attesa della cena

Non c’è un granchè di vita stasera in questo ristorante di Parigi presso la Tour Eiffel. Da almeno un paio d’ore sto aspettando clienti al bancone insieme alle altre, ma c’è in giro poca gente con soldi, così nessuno chiede di noi. Una coppia di mezz’età siede a uno dei tavolini rotondi con davanti una soupe d’onion densa e filante di formaggio fuso. Mentre sorbiscono il brodo dai cucchiai, senza riuscire a evitare fastidiosi risucchi, accompagnano il cibo con qualche frase che sa di cipolla e un buon bicchiere di Bordeaux per sciogliere il formaggio. Al tavolo a fianco un gruppo di ragazzi immerge le mani in ciotole di terracotta colme di moules che navigano in acque salate e insaporite con vari aromi. Quelle acque devono essere fastidiosamente calde – io vengo dalla Normandia dove l’acqua è piacevolmente fredda - ma i ragazzi vi immergono le mani ormai unte per pizzicare le moules una ad una, aiutandosi con uno dei gusci neri. Poi masticano la sostanza molle e un po’ gommosa di quegli esseri gialli. Peggio per loro, non mi sono mai piacute le moules, anzi le ho sempre tenute a debita distanza, hanno un odore sgradevole.
La serata sembra finire così, si sta per chiudere, ma all’ultimo momento entra una coppietta elegante che va a sedersi davanti alla vetrata che dà sul viale. Lui le accarezza la mano, invece di aprire il menù che il cameriere gli sta mostrando. Poi, sempre guardando fisso negli occhi di lei, ordina una bottiglia di champagne e qualcos’altro, non si sente bene cosa perché fuori sfrecciano le macchine. Comincio a tremare tutta quando vedo il cameriere dirigersi verso il nostro bancone. Insieme ad altre cinque mi tira fuori dal ghiaccio e mi sistema su di un vassoio di argento. Lacrime di limone come punte di coltello. - Ecco le vostre ostriche, buon appetito, signori! - dice.

beth pacheco ha detto...

Passos apressados. Fim do dia útil. Fluxo de corpos descendo/subindo escadas. Metrô lotado. Os olhos espreitam espaço no próximo vagão. O pensamento sem vôo administra interesses. Portas automáticas abrem/fecham sem espera nessa hora abrupta. Inútil ser delicado. Um homem libera o assento lateral que a moça ocupa rapidamente junto a um velho magro, enorme, com sua bengala e os joelhos próximos do queixo. Será que ele tem 99 anos? Que antiguidade. Súbito ela sente dedos tocando sua coxa. Não pode ser. Imagine um velho de 99 anos tarado, como pode ter essa energia... Seu rosto se volta para olhar o velho num ímpeto de espanto e reprovação. Mas a face do velho animada por um misto de desdém e desafio a surpreende. Sente-se ridícula.
- você conhece o efêmero?
A voz grave se enuncia assim, absurda. Impossível essa frase num momento desses. O velho vocifera outra vez:
- você sabe o que significa efêmero?
- sim, efêmero... Sim, é o contrário de eterno, de eternidade.
Ela atende à convocação sentindo-se num inquérito. A situação se inverte totalmente. O velho faz um ar crítico à resposta blasé. Ela insiste em retirar o vestígio religioso e divino da eternidade e justifica a idéia do eterno em contraponto ao infinito. O velho cala-se ensimesmado. Ela imagina ter ofendido sua fé e pergunta cuidadosa se ele acredita em Deus.
- Deus não é crença, é uma presença no coração do homem.
Ela sorri à flor da alma:
- Nunca encontrei alguém como você. Você diz cada coisa. Que lindo!
O elogio soa rançoso aos filtros críticos do velho que responde fazendo menção de levantar:
- Isso é Pascal.
Seu olhar agudo acusa a tradução apressada do gesto inicial. Os dedos eram a tentativa de liberar os bolsos do seu casaco preso ao banco da moça que, à flor da pele, supôs tratar-se de assédio sexual. Efêmero foi o suposto lugar viril que o desejo da moça lhe emprestou.

giovanni ha detto...

Delle torte rustiche non si sa niente

Disegno cubetti di prosciutto “mangiamièdolce” per la torta rustica di domani. Sono un uomo e non dovrei cucinare.
Meglio stare in poltrona a dirigere un’orchestra virtuale di un solo elemento che immagino donna. Vorrei che suonasse l’arpa. Tipo l’intervallo.
Poi mi ricordo che la mia vita si consuma in un monolocale e un’arpa è qualcosa di grande e io ho più bisogno di un letto.
In un tegame uova sode come due tette di ventun anni.
Confondo da sempre la noce moscata con i chiodi di garofano.
Confusione che mi spinge verso un ferramenta che ha un vasto campionario di chiodi, quelli di garofano no.
Guardo la mozzarella e piango in silenzio.
Mi scivola la schiena lungo opache mattonelle e vado giù lentamente come la sabbia di una clessidra. Vapore del mio Vaporone che bloccandosi trasforma la mia casa in un bagno turco.
Apro un latte in tetrapak e mi ci attacco come ad una mammella.
Va giù mezzo litro con annesso glu glu che si trasforma in colite in men che non si dica.
Stendo la pasta con un uppercut e quella stramazza.
Ci metto prosciutto e dadini di mozzarella, mi asciugo le lacrime perché la mozzarella di Roma mi commuove per la sua assenza, picchietto le uova e le mondo, poi con un diapason le taglio a fettine sottili e trasparenti.
Il composto trapunto di chiodi di garofano di equa misura e pepe bianco macinato fresco si adagia sulla pasta brisè che freme dalla voglia di penetrare il forno a 240°.
Mi siedo su un vecchio cuscino indiano rubato in un pub fissando l’oblò.
Prende forma la cosa. Chiudo i riscaldamenti perché il forno è sufficiente. Leggo la posologia del Fluimucil 200 saltando le controindicazioni.
Voci filtrate dalla segreteria fanno sperare in un amplesso postdatato a domani.
Ho cibo e bevande a sufficienza. Ho febbre quanto basta.

giadim@msn.com

Slawka G. Scarso ha detto...

La lenta alchimia del benvenuto

Per una nonna, il benvenuto è un fatto di qualità e di quantità insieme. Dalla sua cucina, appena entri, si diffonde il profumo di intingoli e brasati succulenti, di sughi densi riversati su una pasta spessa, gialla di uovo. E i toni delle spezie – un pizzico di cannella, qualche bacca di ginepro - diffusi in ogni dove, fanno capire che quegli intingoli sono in preparazione da giorni. La lenta alchimia del benvenuto.
Così ti siedi a tavola e ti trovi a fare da giocoliere, maneggiando piatti stracolmi di cibo fumante che ti vengono porsi a due a due. Cominci a prendere una cucchiaiata abbondante di ogni cosa, per dare soddisfazione alla cuoca ma soprattutto a te, finché non riempi il piatto. E i fumi delle pietanze e i profumi intensi del cibo ti offuscano i pensieri, e torni indietro a un tempo che non era tuo, in cui il cibo era tutto così. Genuino. Deliziosamente innocuo.
Poi pensi alla tessera della palestra mai usata ed è allora che noti il poco cibo sul piatto della nonna.
“Ma non mangi?” chiedi tu.
“Non ti preoccupare – ho preparato tutto per te. Io sono a dieta – colesterolo, diabete, ce li ho tutti.”
Lo sguardo corre all’arrosto di manzo, alle polpette, alle fettuccine avanzate, ai cinque contorni di cui quattro fritti... Alle torte disposte sulla credenza. Troppo cibo già per due, figuriamoci per una persona sola. Appoggi una mano sulla tasca destra. Il piccolo bozzo ti rassicura e ti viene voglia di accarezzarlo.
“Mai accettare caramelle dagli sconosciuti,” diceva la mamma. “E mai andare dalla nonna senza una bustina di bicarbonato.”

Slawka G. Scarso
www.nanopausa.com

Anna Rita ha detto...

CUCINA CONIUGALE

Dando un’occhiata intorno si riesce ancora a intravedere qualche sprazzo di acciaio e piastrelle tra gli schizzi collosi dell’impasto e le macchie indelebili di cioccolato fuso, troppo fuso, fino al trabocco del tegame. Gocce d’acqua assillano di ticchettii il pavimento, provenendo dalla spugna abrasiva che stringi nelle mani, senza peraltro avere ancora il coraggio di provare a ripulire. Di certo, ci fosse tua suocera saprebbe come rendere il tutto terso in un istante come nella pubblicità di un detersivo, ma tu ti chiedi ancora da dove iniziare. Per fortuna la fase preparatoria è finita e ora l’immane impasto gorgoglia dentro il forno nel quale i tuoi occhi l’hanno guardato scivolare con un misto di scoramento e apprensione. Da quando sei sposata non te ne va più bene una: le uova ti si attaccano sulla padella antiaderente e le tagliatelle, per cui eri famosa, si divertono a fare corpo unico con la pentola, avviluppate su se stesse come un unico coriaceo biscione. Tuo marito sorride indulgente, porgendoti la teglia di lasagne che sua madre gli ha dato “nel-caso-ne-aveste-bisogno”, poi ti bacia indulgente. E tu lo odi.
Oggi è una torta al cioccolato. Quella della brava moglie per il compleanno dell’adorato marito. “Preparazione facile”, recitava, senza mentire, il ricettario, non responsabile dei cucchiai che ti volavano di mano, del fornello che si spegneva, della farina che aveva dichiarato la sua decisa contrarietà ad amalgamarsi con lievito e uova. Odore acre nel forno, il vetro inondato di schizzi, fumo irrespirabile nella stanza. Il campanello suona: sulla soglia di casa, tuo marito ti porge la torta di mamma. Ti bacia, sorride.

Francesca ha detto...

PASTA E CECI

Non sembrava niente. Il mestolo nel contenitore bollente della pasta con i ceci. Dietro di me il brusio della fila era già insopportabile. Da fuori entrava odore di asfalto bagnato.
Io aspettavo il mio turno.
Mi hanno insegnato ad aspettare, sono la persona piu’ paziente del mondo.
Aspetto che il semaforo diventi verde, che l’inverno finisca, che la fila alla mensa scorra.

Il brusio cresceva come un concerto di violini scordati.
- Se mi ami devi essere irragionevole. Parti con me. Scardina tutto.
- Se scardino qualcosa crolla tutto. Parti. Se saremo fortunati, ti aspetto.

Era solo ieri e già sembrava un ricordo liquido. Le parole avevano il suono dei vetri rotti, che tagliano il cuore a pezzi.

-Allora, signorina, pasta e ceci o spaghetti aglio e olio?
La ragazza era sbiadita, sembrava senza ombra.
-Pasta e ceci. Basta grazie.

La pioggia riempiva gli spazi di fondo del brusio. Il mio cucchiaio mescolava il brodo come cercando una risposta, ma senza crederci. I ceci seguivano per inerzia la scia del cucchiaio. Il mondo intero sembrava muoversi senza convinzione. Ero inchiodata alla sedia. E alla mia vita. Adempivo. O forse era soltanto la vigliaccheria.

Il brodo scendeva vellutato nell’esofago. Ero sazia al primo cucchiaio. Fuori, l'acqua cadeva a secchiate, la pioggia se ne fregava. Mi saliva all’improvviso una rabbia sorda e sconosciuta.

Ammonticchiavo in un angolo del piatto i ceci, ma la base della montagna continuava a scivolare nel lago della minestra. Non arrivavo al punto, c’era un equilibro precario. La mia vita scivolava su sé stessa senza prendere forma.

Fu allora che, per la prima volta, mi resi conto di non avere niente da perdere. E che non era poi un male. Ingoiai la vertigine. Ero libera e non me ne ero accorta!

All’improvviso, il silenzio: non piu’ il brusio, né la pioggia. Solo il battito del mio cuore sorpreso.
La pasta con i ceci sul tavolo.

Guardai il cappotto. In un attimo lo afferrai e fui fuori.

Era stato facile. Avevo scardinato tutto ma non c’erano macerie, come credevo.
Ero pronta, finalmente.

Francesca ha detto...

PASTA E CECI
Francesca Spinello
ncesca@hotmail.com

Eowyn ha detto...

WHITE AND DARK

Il negozio sembrava un pezzo di Parigi trapiantato in Irlanda. Le pareti erano colorate di rosso, blu e verde, intervallate da piastrelle dello stesso colore.
Il bancone giocava con le tonalità più calde degli stessi colori ed era fatto da grandi vetrine in cui facevano bella mostra di sé, cioccolatini di ogni forma, colore e sapore. Proprio sotto la casa, una vetrina era dedicata a barattoli immensi, pieni fino all’orlo di chicchi di caffé.
Sulle mensole si vantavano enormi barattoli di pezzi di cioccolato di ogni tipo, dall’extra fondente al candido bianco passando per quello alle uvette, alle noci, alla cannella.
Mi persi in quello spettacolo.
Appena sedute mi sentii travolgere da un senso di pace e tranquillità, ogni problema era magicamente sparito, in quel momento fu come se qualcosa avesse toccato il mio cuore e sussurrato: “tutto andrà bene.”
La mia amica insistette perché andassi io ad ordinare le cioccolate.
Stavo guardando il menù quando un piccolo avviso attirò la mia attenzione, cercavano un aiuto commessa. Guarda caso avevo un curriculum in borsa.
Emozionata cercai il prezioso foglio ma nella foga feci cadere tutti i lollipop al cioccolato che c’erano sul bancone.
Un giovane ebbe i riflessi pronti per evitare il disastro.
Avvampando chiesi scusa. Lui sorrise e mi chiese cosa volessi ordinare così io avrei dato il curriculum. Saranno stati quei suoi occhi più profondi del mare o non so cos’altro ma accettai la proposta.
Io e la mia amica volevamo due white and dark.
Lui sorrise, era la stessa che lui adorava.
Il ragazzo sedette con noi e, quando arrivarono le cioccolate, la cameriera mi chiese se il giorno dopo ero libera per fare un giorno di prova per il lavoro di aiuto commessa.
Sorrisi insieme al ragazzo.
Guardai la mia amica, rispose al mio sorriso con uno sguardo white and dark.

Loredana ha detto...

Il gusto della trilogia:
- Buon appetito, Dora
- Mille e una foglie, che passione!
- Libro in salsa piccante

Loredana Carloni

Loredana ha detto...

Buon appettito, Dora

Uno scossone più violento la fece trasalire restituendola alla realtà ed impedendole di continuare la lettura. Il volo era tutt’altro che tranquillo, un tempo da cani stava trasformando l’aereo in una sorta di uovo strapazzato. Quel libro, acquistato in aeroporto in attesa dell’imbarco, l’aveva incuriosita -“Dimmi cosa mangi, ti dirò chi sei”- ed ora la stava proteggendo da una crisi di panico, dato che il viaggio cominciava ad essere troppo movimentato per i suoi gusti. Era sempre stata una buona forchetta o comunque considerava la tavola uno dei piaceri irrinunciabili dell’esistenza e in quel frangente un libro che le parlava di cibo, sia pure in chiave psicologica, era certamente il compagno di viaggio migliore. Un ulteriore vuoto d’aria la costrinse a chiudere gli occhi e a respirare profondamente per attutire lo spavento. Dora non aveva mai avuto paura di volare ma certamente un viaggio del genere stava mettendo a dura prova il suo sistema nervoso. Lo sballottio finalmente si placò permettendole di recuperare il controllo; il libro era lì che la aspettava con aria intrigante. Lo aprì di nuovo e riprese a leggere.
“Carpaccio…cioccolato…frutta esotica…selvaggina”, curiosava avida nell’indice alla ricerca dei suoi bocconcini preferiti. L’aereo intanto stava iniziando la fase di discesa, di nuovo nubi cariche di elettricità e forti scossoni, ma questa volta, insensibile a ciò che stava accadendo, non perse la concentrazione; ora era totalmente presa dal suo libro e gustava con voluttà le pietanze preferite con relativi risvolti psicologici. Fu la voce gentile dello steward a distoglierla dalla lettura: Dora, inebriata e ghiotta, era lì che continuava a divorare il suo libro, ignara dell’atterraggio e che il velivolo fosse ormai completamente vuoto.

Loredana ha detto...

Mille e una foglie, che passione!

Le vetrine delle pasticcerie erano sempre state la sua passione, ricolme di voluttuose rotondità cremose: bignè e torte al cioccolato, panna, nocciola, zabaglione; che piacere guardarle ed assaporare mentalmente, con l’acquolina in bocca, tutte quelle squisitezze in bella mostra pregustandone la bontà. Varcare la soglia di una pasticceria poi era un momento di vera estasi, al piacere degli occhi si aggiungeva quello dell’olfatto che, appena all’interno dell’alcova dolciaria, veniva invaso dalle mille fragranze librate in aria che dovevano averlo raggiunto già all’esterno guidandolo verso tali prelibatezze. Una vera tentazione.
Anche quel giorno, passando davanti alla sua pasticceria preferita, non poté resistere ed entrò puntando una splendida torta Millefoglie che aveva irrimediabilmente ammaliato le sue papille gustative. La Millefoglie campeggiava oziosa, distesa come una baiadera esausta, su di un vassoio in cartone dorato che la ospitava con sornione luccichio. Lui la guardò concupiscente rivaleggiando con il vassoio che, fino a quel momento favorito dalla sorte, aveva ormai i minuti contati. Una visione da “Le mille e una notte”. La seducente torta-baiadera sfoggiava i suoi sottili strati di pasta sfoglia come i veli trasparenti di una flessuosa danzatrice, che ora stava ondeggiando nella mente di lui con estrema sensualità. Un vero harem di leccornie paradisiache lo attorniava con al centro la sua magnifica baiadera-millefoglie che lui fece subito sua. Al contatto di quelle friabili e dolci sfoglie la sua lingua ebbe una scossa di supremo godimento e la Millefoglie, arresa e vibrante, gemette con un melodioso sfrigolio di piacere, leccata avidamente, assaporata e divorata dalla bocca bramosa del suo goloso sultano.

Loredana ha detto...

Libro in salsa piccante

Un risto-book non lo aveva ancora provato mai. Tutti quei libri disposti su mensole e scaffali contro le pareti, i colori caldi dell’arredamento e della tappezzeria con prevalenza di rosso bordeaux creavano un’atmosfera particolare. Il cameriere aveva un’aria da intellettuale ed un accento privo di inflessioni regionali. Il menu era predisposto all’interno di un finto libro in pelle scura titolato in oro –“Libri a tavola”- ed aveva, accanto all’elenco dei piatti che il locale offriva, la lista dei libri consigliati abbinabili a ciascun tipo di pietanza, una sorta di ‘carta dei libri’; una piacevole musica di sottofondo rendeva l’ambiente ancora più godibile. Sfogliò incuriosito il menu e scorrendo con lo sguardo i nomi dei piatti la sua attenzione fu attratta da un “Ostriche e gamberetti in salsa piccante” che lo stuzzicava particolarmente: una delle ricette dichiarate afrodisiache accompagnata da una scelta di testi di letteratura erotica, oltre che di vini francesi. Ordinò. Dopo alcuni minuti il cameriere gli servì la pietanza richiesta su un piatto di candida porcellana, rettangolare, esattamente a forma di libro aperto, insieme ad alcuni volumi che, adagiati su di un vassoio, sistemò accuratamente al lato del tavolo. Gustò ogni cosa, cibo, arte e memorie poetiche in un accostamento perfetto. Era davvero il posto che faceva per lui. Piatti diversi per ogni serata, e tante splendide parole per donne diverse. Soddisfatto pagò il conto, prese un bigliettino del locale e prenotò un tavolo per due per la sera seguente.

Ludovica Colussi ha detto...

LA QUARTA PORTATA

Eccola, mentre avanza soddisfatta, stretta nel grembiule da cucina di due taglie in meno, il seno morbido e rotondo offerto in una scollatura generosa, un sorriso statico stampato tra due guance piene. Eccola, che tiene tra le mani cicciottele la quarta portata. Un vassoio carico di carni cucinate in intingoli grassi, una montagna di carni unte, lucide e scivolose come quelle del suo corpo. Sento già il sapore pesante che mi giunge dal naso, un odore denso che mi appiccica le narici. Una quantità esagerata di cibo, un tripudio di pietanze sulla tavola vestita a festa, una minaccia per il ventre già sazio. Non posso fare a meno di fissare sbalordito quell’enorme piatto strabordante di oleosità speziata e saporita. Lo fisso con paura, con ostinazione, con ossessione. Lo fisso nell’insieme e nel particolare. Lo fisso talmente tanto da vedere solo quello tutt’intorno, al punto di vederlo contrarsi ed espandersi. Ora è più vicino, ne sono immerso, sono anch’io parte di quella grassa portata. Il mio corpo è untuoso e arrostito, percepisco il contatto con un pezzo di carne intriso d’olio. Lo sento accanto, sopra, sotto, dietro, davanti. Il sugo denso e caldo mi bagna rendendomi gustoso, il suo odore è forte e concentrato e mi penetra ovunque. Nel naso, in bocca, in testa, negli occhi. Non mi muovo più, mi limito a ondeggiare ogni qual volta qualcuno sposta il vassoio o vi immerge il cucchiaio per tirare su quanti più pezzi possibile. Bocche che masticano senza posa, bocconi che scendono rapidamente a complicare la digestione. Lei è lì, con quel grembiule stretto che le fascia le rotondità burrose, le schiaccia il seno, abbondante come la quarta portata, facendo esplodere curve esageratamente tondeggianti. È lì che guarda vogliosa e ingorda pregustando i bocconi prelibati. Eccola, che impugna il cucchiaio e pesca i pezzi migliori.

Daniela ha detto...

bello...ci si ritrova parecchio, con un grammo di cinismo ed uno di malinconia!

Gloutchov ha detto...

IL SAGGIO EREMITA

Giunsi in vetta al grande picco in un pomeriggio bigio e minaccioso. Le nuvole toccavano la vetta con la loro massa eterea e rombavano tronfie minacciando tempesta. Oramai mancavano poche centinaia di metri per arrivare alla grotta. Avevo speso mesi della mia vita per giungere sino a quella destinazione e, ora, ero finalmente di fronte alla meta. Davanti al piccolo pertugio scuro, più tenebroso del cielo plumbeo che mi sovrastava, sentivo il mio animo intimidito dal trionfo ormai prossimo. Mi ritrovai a rivivere i travagli subiti durante tutto il viaggio. I voli aerei su vecchi DC3 arrugginiti, le lunghe camminate attraverso pianure desertiche, le rampicate a mani nude sui picchi più impervi, tutto ciò appariva vivo e reale nei miei occhi umidi di lacrime gioiose. Ora potevo entrare. Il vecchio saggio mi aspettava. Una occasione unica per sanare i miei incubi, i miei dubbi, i miei timori. Entrai lento attraverso il pertugio oscuro. Nel buio roccioso della grotta potevo solamente intravedere una debole luce lontana. Era la fiamma di una candela. Accanto ad essa sedeva l’immagine eterea di un vecchio canuto e sapiente.
- Esponi il tuo dubbio, figliolo. - disse il vecchio.
- Vorrei sapere lo scopo della vita, maestro. È dal lontano occidente che vengo per saperlo.
- La tua curiosità è normale, figliolo. Tutti quanti, a mio parere, si pongono continuamente questa domanda ma… nessuno ha compiuto un viaggio così lungo per la risposta. - disse il saggio - Per quale motivo ti sei prodigato tanto ?
- Una mattina, maestro, ho riflettuto su quello che accade nel mondo. - spiegai - Osservavo la TV ed inorridivo alle gesta compiute dagli uomini.
- Non tutti gli uomini compiono nefandezze, figliolo.
- Ne sono certo, ma… - aggiunse - non capivo la necessità della nostra presenza in un ciclo naturale perfetto. Noi commettiamo solo danni alla natura. Le nostre guerre devastano i territori, le fabbriche inquinano l’aria e le acque e, l’unica cosa che sembra interessare a chi possiede il potere di fermare questo scempio è il denaro.
- Comprendo i tuoi dubbi, figliolo. A volte l’uomo è guidato da arcani desideri…
- Tanto arcani da essere incomprensibili. - spiegai - Mi chiedo quale scopo abbia la presenza di un essere tanto intelligente su questa terra se poi le sue azioni sono spesso e volentieri irrazionali e dannose.
Il vecchio mi guardò silente, con lo sguardo perso nel vuoto. Rimase immobile per lungo tempo, tanto che la candela finì per consumarsi e spegnersi. Quando fummo immersi nell’oscurità più completa il vecchio si sollevò sulle gambe malferme e, con voce tremula, disse - È giunto ormai il tempo della mia dipartita. - spiegò - Il grande Benefattore mi attende.
Vidi l’ombra bruna dell’anziano allontanarsi verso l’ingresso della grotta. Lo seguii cercando di convincerlo a rispondere ma, una volta giunto fuori dal tunnel, senza dire nulla, il saggio si tuffò nel vuoto, oltre il limitare del sentiero che fin lì mi aveva guidato.

Daniela ha detto...

GREENE HOUSE

Greene House si riempì del profumo di muffins e torte di mele, pizze, focacce, patate al forno, sugo, pasta e polpette. Il davanzale della cucina ospitò le mie piantine di basilico, prezzemolo, rosmarino, maggiorana, timo e finocchietto selvatico, e persino una piantina di piccoli peperoncini rossi piccanti.
L’aria frizzante di Notting Hill si ingentilì al risveglio della piccola cucina. Ho sempre creduto ci sia qualcosa di profondamente confortante nel cucinare per le persone che ami.
Immersa nei miei pensieri non sentii Elise entrare in cucina. Si poggiò al lavandino e mi guardò lavorare, con gesti calmi e precisi, all’impasto di un gattò di patate.
“E’ bellissimo guardarti cucinare Denny” disse con quel suo accento gentile “è come se emanassi una luce diversa, come se in questa ritualità quotidiana ritrovassi la pace e la sicurezza per affrontare le cose della vita”.
“Sono cresciuta tra gli odori della cucina di mia nonna Francesca”spiegai.
“Da subito seppi che nella mia vita sarebbe potuto crollare tutto quanto, infiniti cambiamenti avrebbero potuto sconvolgermi l’anima, ma la sicurezza di quegli odori, mi avrebbe accompagnato sempre, aiutandomi ad accogliere le lacrime, le perdite, la paura e il dolore”. Feci una pausa e ripresi ad impastare.
“I profumi, i sapori, le consistenze, le magie che si compiono nel segreto di una cucina, sono la somma della tua storia, dei tuoi ricordi, delle tue radici, del tuo passato. Un po’ come gli alchimisti nel medioevo, ma con più poesia”.
“E’ bello” mi disse.
Mi sentivo stranamente leggera, come quando si riesce, dopo molto tempo, a concretizzare un pensiero contorto e oscuro. Nel frattempo avevo infornato il gattò che emanava una mescolanza di fragranze molto confortanti e stavo improvvisando due bruschette semplici per me ed Elise, staccando qualche fogliolina di basilico dalla piantina sul davanzale.
“E’ come il basilico vedi” le dissi assorta, lavando le foglie con delicatezza.
“Non c’è in tutte le stagioni. Questa piantina, per esempio, fra una decina di giorni al massimo, non potrà più sopravvivere. Alla prima pioggia è destinata a morire e non ha senso ostinarsi ad andare contro natura. Invece ha senso raccogliere le foglie, fare un ottimo pesto alla genovese e conservarlo sott’olio. Ogni tempo ha i suoi sapori. Ogni momento della nostra vita ha il suo profumo, i suoi colori, il suo particolare modo di esistere con sé stessi e con gli altri”.
Intanto le avevo posto davanti un piccolo piatto con una bruschetta al pomodoro fresco e basilico, un filo di olio crudo, leggermente piccante. “E’ meraviglioso” disse crocchiando con gusto il pane fragrante sotto i denti.
“Ho notato che non usi mai il microonde” disse Sophie con interesse. “Il microonde annulla il tempo” le risposi semplicemente. “E’ come decidere di fare un viaggio nelle highlands e andarci in aereo di notte. Arrivi subito, è vero, ma quando uno va in un posto meraviglioso e perde il gusto del viaggio, ha perduto anche metà della sua bellezza, del suo valore. Non è solo arrivare” spiegai meglio, “è pure come ci arrivi”.
“Capisco ciò che intendi” rispose immersa nei suoi ricordi.
Il campanello del forno suonò annunciandoci che la cena era pronta, della bruschetta non c’era che un’impunita traccia di briciole nei piatti ed entrambe ci alzammo, rilassate, serene.
“Le cose belle richiedono tempo” dissi parlando sia a lei che a me stessa. Con le presine, sfornai il gattò che inondò la cucina con il suo profumo intenso.
“E’ vero” ripetè Elise inspirando profondamente. “Le cose belle richiedono tempo”.

claudia sodini ha detto...

ATTESA
Il tempo per loro non era che attesa.
Di fronte ad un tavolo apparecchiato al centro di una grande sala da pranzo ancora buia, ognuna cercava silenziosamente il proprio posto.
Non era ancora il loro momento.
Così attendevano che qualcuno arrivasse e, accarezzandole, desse loro la vita che da sole non potevano avere.
Essere spostate, scaldate, accarezzate...
Questo attendevano.
Nel loro colore azzurro, a malapena riuscivano a scorgere oltre la tovaglia di raso rosso...
Piccole...troppo piccole...
Attendevano.
Le loro estremità, tanto delicate, sarebbero state le prime ad essere sfiorate.
Desideravano solo essere accompagnate con leggerezza, e sapevano che le loro gambe avrebbero
assecondato ogni movimento di chi le avesse considerate...
Attendevano.
Finalmente...l’ora di pranzo ed, intorno alla tavola in festa, fu il momento che tanto aspettavano.

“Signori, prendete posto”

Ciascuno scelse il proprio...e di colpo...loro...le sedie...presero vita.
Il rumore dei loro movimenti riempì l’aria.
Il gracchiare di coloro che le strusciava pesantemente sul pavimento, il leggero colpetto di
chi invece con grazia le alzava...
Una melodia...che troppo presto si interruppe per lasciare spazio alle forchette e lasciò loro, le sedie, tornare in un cupo e ingordo silenzio ad attendere la fine del pranzo quando, finalmente, avrebbero preso di nuovo vita.

claudia sodini ha detto...

IL GUSTO

Delle volte ho pensato che mangiare fosse l’unico modo per riempire
l’anima.
Per renderla ingorda alla vita.
In altri momenti ho guardato i fornelli di casa bruciare di brividi
insoliti e cuocere piatti che mai avrebbero visto la luce del sole.
Sono impazzita mille e mille volte insieme a tutte le creme che ho
cercato di far montare…
Ma mai…mai sono riuscita a replicare gli odori inebrianti di un
tempio tailandese in salsa al pepe verde.
Mai.
Chissà perché?
A volte mi sono ritrovata in sale da pranzo colme di maccheroniche
paste improvvisate…sempre senza gusto.
Non che in fondo conti qualcosa.
Non c’è tempo in cucina.
Non c’è tempo nei respiri assonnati dello stomaco. Siamo cuochi senza
virtù.
Scivolano via dentro me i cibi di questa terra…ma dove vanno?
Perché non pensarli poeticamente persi nei mondi che ci contengono…?
Perché vederne solo l’aspetto anatomico?
Perché non seguirli con i nostri sensi…?
In cucina, tutti noi, amiamo…e a tavola, l’ingordigia ci rende
schiavi del gusto.
Ah…frivolezze!!!
Ah…quali e quante le delicatezze del palato…conoscerle le sfuma con
un vino bianco che vaporizza via i nostri malumori…
Ah…il gusto, quale senso insensatamente sensazionale…

Fabrizio Rasori ha detto...

Il lucchetto dell’amore

Ma che cosa romantica! Hai visto caro? Tutti quei lucchetti con i nomi degli innamorati, e poi la chiave nel fiume. Ines sospirò guardando trasognata il marito che senza alzare la testa dal giornale rispose annuendo: si, anch’io. Prima di tornare a seguire il servizio televisivo Ines abbassò la fiamma del sugo, assaggiandolo e aggiustandolo di sale. Dopo pochi attimi però si voltò di nuovo; il volto era perplesso: scusa caro, come anche tu. Io non mi ricordo di nessun lucchetto; solo quella volta che mi hai perso la chiave del motorino, quando eravamo ragazzi… Poi fece silenzio. Il sugo bolliva borbottando lievemente. Dalla tv venivano ora i toni concitati del litigio tra la signora che aveva sorpreso il marito con la vicina, il marito, e la vicina stessa, tutti e tre presenti in studio. Improvvisamente ebbe un’illuminazione; Si girò di nuovo verso il marito: Tu lo hai fatto con un'altra! Allora è vero: Tu mi tradisci! Il marito era così preso dall’articolo sull’incomunicabilità che non capì una parola di ciò che diceva la moglie. Dal tono gli sembrò una domanda sulla quantità di pasta per la cena, e senza alzare la testa le rispose: si va bene, ma niente di impegnativo. Da quando aveva smesso con il calcetto era meglio non esagerare con le porzioni. Ines spalancò gli occhi. Il mestolo quasi le cadde di mano. Mentre guardava il marito che senza alzare la testa continuava a leggere il giornale, cominciò a diventare quasi paonazza dalla rabbia e brandito di nuovo il mestolo gli grido: Ah si? Bèh, sappi che sono due anni che io e Antonio scopiamo! Finalmente il marito alzò la testa; spazientito, posò il giornale sul tavolo, poi guardandola negli occhi le disse: Va bene, ma perché ti arrabbi! Allora decidi tu quanta pasta mettere e poi mangiamo! Ines ci mise qualche secondo prima di capire cosa era successo. Abbassò il mestolo, poi cercando di sorridere disse: scusa caro, ma sapessi che giornata ho passato oggi; ho una fame!
Fabrizio Rasori

Gianni Piludu ha detto...

La bestia.

Fu un urlo, al limite del disumano, a segnare la fine dell’incontro.
Scolpiti dalla luce di una piantana due corpi avevano appena finito di affrontarsi in una bestiale lotta d’amore fino ad arrendersi. Lo sguardo dell’uomo era quello del vincente, di uno che non si arrende mai. Quell’ambiente sembrò catalizzare i suoi pensieri più profondi, quelli che il corpo esausto e inanimato della donna non avrebbe mai potuto sentire.
“Perché avere pietà per lei? M’ha usato, ha goduto nel farlo. E, io, gliel’ho permesso.
Ora il suo corpo nudo, esanime, è lì, davanti ai miei occhi, arreso dopo la doma.
Volevi lo stallone? L’hai avuto bastarda d’una femmina. Solo che oggi ho fatto ciò che poteva dare piacere a me: t’ho usata per saziare il mio fuoco, per asciugare le mie(!) …di voglie. Per soddisfare il mio bisogno di sesso, non il tuo. Anche se t’è piaciuto, puttana! Guardati: hai il viso sfatto quanto il tuo corpo. Rantolavi, perfino, poco fa. Quanto siete troie voi donne se lo stallone è quello giusto. Perdete ogni ritegno. Urlate, graffiate, sbavate, vi contorcete in spasmi orgasmici da paura.
Da quelle cosce vi si sprigiona una forza muscolare spaventosa che tende a spaccarti i reni e che ti costringe ad usare vera forza per liberarti e riprendere il controllo. La santarellina lascia spazio all’animale che hai dentro: quello che mi graffia l’anima e mi rende eterno schiavo di un eros rabbioso e arrabbiato che non mi disseterebbe mai, fossi anche vecchio nel corpo.
Dio mio quanto sei bella! ...e quanto ti amo, puttana!
Amo il tuo corpo arreso e questo respiro affannato che ancora mi controlla il petto. Amo respirare così e ritornare alla vita col capo steso sul tuo ventre sudato. Riposati. Più tardi mi dirai quanto t’è piaciuto. Più tardi.”
Sfiorò, attento, la chioma rossa della donna.

gianni.piludu@libero.it

Gianni Piludu ha detto...

Labbra.

Quelle gocce di sudore scivolano a volte lente, altre incredibilmente veloci sulla sua pelle lucida e morbida. Non sento battere che il mio cuore. Non sento altro. Denti che sembrano preziose perle incatenano il suo labbro inferiore costringendolo a sottolineare un’inespressa bellezza in quel viso che non riuscirò a stancarmi di guardare. Non si può non godere di momenti come questo e poi dimenticare. Si dovrebbe poter fermare l’attimo, il tempo. Poi rivedere tutto dall’esterno, da altra prospettiva. Vedere l’essenza dell’abbandono, dell’oblio. Ora dominano i suoi seni diventati di pietra per l’eccitazione e quei fianchi che scandiscono, con ritmo scomposto, gli istanti che precedono il suo nirvana.
Suoni indefinibili: sono i rantoli che raccontano la sua gioia e il suo piacere.
Sensazioni definite: sentirsi dentro di lei e un’unica carne.
Aspettare e trattenere l’ansia di arrivare, donarle ancora attimi di piacere convulsivo da potersi raccontare, poi.
Il senso della vita è forse questo?
È racchiuso in questi attimi? Oppure è racchiuso nella forma e nel profumo del suo fiore di carne che ogni volta violo, e cui non potrei rinunciare, da cui dipendo e che mi rende suo schiavo?
È la mia anima che esce da me o solo altro seme? E se è la mia anima: s’incontrerà con la sua? Perché questa felicità dura così poco? Perché non dura di più? Non devo pensarci, voglio lasciarmi andare a questo piacere che mi strappa urla che mai farei se non per dolore. Eppure è piacere. E sono urla di concerto con lei. E insieme con lei il respiro e la voce sempre più fievole e pulita. Fino a sentire frequenze vocali dell’adolescente che è in noi e che è tornato a vivere.
Poi il silenzio, pulito dal nostro respiro affannato.
La pace nel corpo e nell’anima.
Ho voglia di piangere, sono felice.

gianni.piludu@libero.it

Emanuele ha detto...

La Conferenza

Ci sono tutti; delegati dei paesi più importanti, assiepati all’interno della grande sala delle conferenze.
Sprofondati nelle morbide poltrone di panno rosso, fasciati nei loro abiti eleganti, ascoltano distrattamente l’oratore di turno lanciare parole che come strali che mancano il bersaglio si perdono nella vastità della sala.
C’è chi sonnecchia, chi si allenta meccanicamente la cravatta troppo stretta su colli grassi e sudati; c’è chi controlla ansioso l’orologio, cercando dalle lancette parole di incoraggiamento.
Ma il tempo sembra essersi fermato, l’orazione pare interminabile mentre anche le palpebre più salde cominciano a cedere sotto i colpi di Morfeo.
Poi all’improvviso, quando anche i più stoici stavano ormai per gettare la spugna, il discorso finisce.
La sala si rianima, i delegati si alzano goffamente dalle poltrone salutando il commiato dell’oratore con uno scroscio di applausi, dimentichi dell’argomento trattato.
Ma è più che un applauso: è un grido di gioia, di liberazione, come l’entusiasmo di un popolo liberato dalla tirannia.
I delegati ormai saldi sulle loro gambe, cominciano a muoversi in uno sciame compatto e rumoroso, nel tentativo di guadagnare l’uscita della sala il più in fretta possibile.
L’obiettivo è l’attiguo salone dei ricevimenti.
I primi che riescono ad affacciarsi sulla grande sala sono accolti dallo splendore dell’allestimento: tavoli vestiti a festa da ricche tovaglie sulle quali trionfa una varietà multicolore dei cibi più prelibati; bottiglie dei migliori vini che come torri di vetro si ergono tra vassoi straripanti di leccornie; camerieri in candide livree posti come sacri guardiani di questo tempio pagano.
La folla si getta verso il banchetto come una mandria di bufali inferocita, alla quale la morbida moquette bluette distesa sul pavimento dona un’ eco vellutata.
In un attimo i distinti delegati sono sui vassoi; decine di mani pescano tra le pietanze, tra i fritti di pesce, le rosee tartine al salmone, le coppe di caviale, oro nero proveniente da remote regioni dai nomi impronunciabili.
Avide dita saccheggiano selvaggiamente qua e la, tra gli arrosti adagiati su letti di verdure, tra le burrose mozzarelle ed i formaggi; tra i prosciutti vermigli e gli invitanti salumi; tra i succosi frutti dai mille colori.
Mascelle infaticabili recidono, triturano, sminuzzano, mentre corpi frenetici si muovono leggiadri danzando da un tavolo all’altro.
Bacco si unisce alla danza innaffiando commensali sempre più allegri con le sue note fruttate.
È un vero tripudio.
E tra la folla gozzovigliante improvviso si leva un calice:
- Brindo a voi tutti, cari colleghi, e a questa conferenza dedicata al problema della fame nel mondo, salute! -

Emanuele

Fabrizio ha detto...

L’Appuntamento

Doveva essere tutto impeccabile. Per arrivare fin lì avevo patito non poco.
L’appuntamento era per le venti in punto, arrivai preparato. Non potevo fallire.
Lei arrivò con qualche minuto di ritardo. “Come da programma” pensai tra me.
Pochi i convenevoli, un saluto ed un bacino sulla guancia, meglio non allargarsi.
Entrai per primo nel ristorante, lei mi seguiva fasciata in un lungo cappotto nero, che contrastava delicatamente con i suoi capelli chiari.
Avevo scelto un locale famoso per la cucina internazionale, decine di recensioni positive.
L’arredamento era elegantissimo nella sua essenzialità. La clientela era composta quasi esclusivamente da coppie. Ancora un punto a mio favore.
Lo studio del Menu fu abbastanza lungo e mi offrì il destro per rompere il ghiaccio. Lei cercava di apparire ancora distaccata. Mi stava esaminando e non sapevo ancora su quali elementi.
La scelta dei piatti era fondamentale, per cui avevo fatto parecchia attenzione, avevo studiato le pietanze come un complicatissimo algoritmo ed alla fine partorii la mia scelta.
Un antipasto a base di salmone e di una impronunciabile verdura rossa proveniente dalla Tasmania.
Il sapore importante del salmone veniva magicamente addolcito da quello strano vegetale, dando al composto un sapore lontanissimo da quello del pesce …. Almeno così recitava la descrizione alla destra dell’invitante immagine che, uno schermo incastonato nel tavolo mi rimandava. Meraviglie della tecnica.
La mia fantasia iniziò a lavorare su come sarebbe stato mangiare del pesce che non sapeva di pesce. Iniziavo a distrarmi. A non pensare a Lei.
Meglio chiamare il cameriere.
Mentre effettuavo la mia ordinazione, con la sottile ansia che mi ha accompagnato in tutte le occasioni come quella, riflettevo tristemente sulla situazione paradossale in cui mi trovavo. Nessuno avrebbe capito.
Lei era sempre in attesa che io prendessi l’iniziativa introducendo questo o quell’argomento, a volte annuiva, altre mi guardava quasi inebetita. La mia preoccupazione cresceva. Non potevo farmi sfuggire anche questa opportunità.
La cena proseguiva tra miscele di farro e molluschi, sorprese di formaggi e carni, deliziosi dolci al Kiwi e lo sguardo di Lei.
Quegli occhi verdi mi penetravano l’anima, mi scrutavano il cuore, alla ricerca di una qualche debolezza. Il suono del cellulare giunse a salvarmi.
-Pronto? . feci
-Signor Rocci? … l’esame è finito. Tolga pure gli occhiali 3D, li poggi nel contenitore alla sua destra. Il risultato della sua prova virtuale di corteggiamento saranno pronti tra mezz’ora.

Fabrizio ha detto...

Tra le varie cretinate che ho scritto mi sono accorto di questa:

"Il risultato della sua prova virtuale di corteggiamento saranno pronti tra mezz’ora." ovviamente sarà "I risultati della sua prova virtuale di corteggiamento saranno pronti tra mezz’ora."

Avvocangelo fab

bocconcini.g ha detto...

Seduta, aveva ordinato una tazza di cioccolata il libro schermava lo sguardo triste e le impediva di pensare alle parole che il marito con sadica freddezza le aveva detto:
-ti lascio.
Alzando lo sguardo gli aveva visti, un sorriso raggiante lei, ormai libero lui.
In preda al panico aveva ingurgitato l’intera tazza di cioccolata leccandone fino all’ultima stilla sul fondo, attirando la curiosità dei presenti..
Bruciante di vergogna si era alzata il libro a terra, la pagina dei budini sorrideva, goffa come lei che perdendo l'equilibrio aveva perso le scarpe.
Si girò per cercarle, ciondolavano dalle mani di uno sconosciuto,le mani l’attrassero, affusolate, di un caldo marrone, stecche di cioccolato invitante.
-signora signora le sue scarpe..
- oh grazie, scusi ho dato spettacolo.
- è stato piacevole, osservarla.
-grazie. Stese la mano sfiorando le sue dita, mangiandole con gli occhi..
-piacere sono Serena.
-Semir, piacere mio, la calda mano era dentro la sua.
-Facciamo quattro passi.
- Andiamo.
Camminavano l’uno accanto all’altra chiacchierando,i tristi pensieri svanirono.
-Siamo arrivati, disse d’un tratto Semir
- ho risalito la china con te anche per questo.
La casa era illuminata, profumata di buono, libri ovunque.
Forte il desiderio di lasciarsi andare.
Lo sguardo sulle sue dita nulla la trattenne dal prenderle in bocca, la mano aperta le parlava, le labbra si stendevano su loro poi scesero lentamente, percorsero il petto il ventre di un corpo sconosciuto eppur così rassicurante.
Davanti a se il pezzetto di cioccolata più invitante, l’attendeva.
Cioccolata, in un corpo, senza fine, senza fondo.
Felici, tutto il resto sul fondo della tazza rimasta sul tavolo del bar.
Un libro attrasse Serena lo afferrò, un sussulto, lo stesso che stava sfogliando quel nefasto mattino.
Semir guardandola le disse:
-Sai vorrei aprire una pasticceria.
-Davvero? E’ anche il mio sogno!
La loro passione stuzzicante ricetta da servire ed inserire in un nuovo capitolo del libro della loro vita.

Emanuele ha detto...

Ho sempre vissuto nella bambagia.
Nel mio piccolo mondo fatto di orizzonti vermigli, un palazzo chiuso a proteggermi.
Mai corso grossi pericoli, mai un rischio.
Oddio, forse quella volta il cuoco un pensierino ce l’aveva fatto…ma niente di serio.
Niente di serio… fino ad oggi.
Già dal primo assalto capisco che ci sono poche speranze.
Piccoli soldati bianchi come la neve avanzano compatti, spalla a spalla, con una formazione ad arco.
La corazza esterna, temprata dal fuoco, cede quasi subito, in uno scricchiolio croccante.
Le mura purpuree che mi circondavano come un baluardo cominciano ad infrangersi, fatte a pezzi dai bianchi militi che si fanno sempre più audaci, più famelici.
Le sgretolano, staccandone via via grossi pezzi, finchè larghe brecce si aprono verso il mondo esterno, mettendomi a nudo, in tutta la mia impotente debolezza.
Di fronte a tanta veemenza non posso che filare…un molle ed inutile movimento verso il basso.
Mentre la forza di gravità mi attira inesorabilmente sempre più giù suoni incomprensibili mi raggiungono.
- Occhio alla mozzarella! –
Subito le bianche legioni come incitate da quei canti di guerra ripartono all’assalto, attaccandomi da tutti i lati.
E mentre le loro schiere si chiudono inesorabili sul mio corpo cadente, nuovi suoni echeggiano nell’aria:
- Buono ‘sto supplì! -

Elena Bastet ha detto...

LA TOMA DI VALLE STRETTA
Ricordava la toma di quel posto come in un sogno.
Una meraviglia cremosa e leggermente salata, in cui sentiva tutte le erbe e i fiori dei monti e di quella baita, che sembrava uscita da un racconto di fate.
Era un ricordo di tanto tempo prima, insieme ai muggiti delle mucche, al vento che soffiava, al cielo che splendeva prima di tingersi del rosso del tramonto, all'impressione che tutto fosse meraviglioso e di essere ultrapotenti.
Le avevano detto che ormai la globalizzazione aveva distrutto quei gusti e quei sapori, e chissà le ruspe erano arrivate anche in quell'angolo di paradiso.
Ma lei non voleva crederci. E un giorno, stanca dello stress e di tante altre cose che in quei giorni là non avrebbe mai pensato che potessero esistere, decise di fare un tentativo, per convincersi di non aver sognato, che era esistito un mondo così.
Scappò e prese il treno per la montagna, dopo anni, dove scoprì che c'era una navetta che portava in Valle Stretta.
Man mano che la navetta saliva, vedeva sempre più costruzioni nuove, che una volta non esistevano. Forse le avevano detto la verità, forse era tutto sparito per sempre, trascinato dagli anni.
Lei però non ci poteva credere, né voleva crederlo.
Ad un tratto la navetta passò oltre una curva del tornante e tutto tornò come era una volta: le montagne, le cime, i fiori, i profumi.
E la baita dove facevano la toma.
Scese di corsa e si precipitò dentro.
“Signora, come posso servirla?”
“Avete ancora la vostra toma?”
“Certo, è una nostra ricetta segreta!”
Non ci furono altre parole. Aveva ritrovato la chiave segreta di un mondo fantastico.

bocconcini.g ha detto...

Ormai la ricerca era diventata spasmodica, le parole del libro dell’Artusi un Padre Nostro ormai recitato a memoria.
L’organizzazione dell’evento le aveva succhiato ogni energia, non riusciva a pensare ad altro.
Un brodo, no non va, troppo caldo e non oso pensare a quel che potrebbe succedere se una ciotola cadesse su uno di quei vestiti tanto costosi, un risotto, uffa, banale, lingua di vitella in salsa piccante, sorrise al pensiero degli sguardi interdetti degli invitati vedendo quello strano pezzetto di carne.
Cosa faccio mio Dio! Cosa servirò domani sera e poi il dolce, della pasticceria secca, della crema francese per tentare di dare una sferzata di eleganza, ma un cibo deve piacere non solo agli occhi lo deve mangiare poi la bocca, ne deve godere la gola si deve provare gioia nel gustarselo.
Le pagine del libro ormai consumate iniziarono a scollarsi dalla copertina.
Basta, esco a liberare la mente, pensò.
Guidava ormai Roma alle spalle, un’arietta fresca ed invitante entrava dal finestrino socchiuso in quel giorno di inizio primavera, ma poi invitante fu il profumino che iniziò a stuzzicarle l’appetito.
Varcò in quel momento un paese, alla sua destra il cartellone stradale indicava Ariccia.
Il fermarsi, parcheggiare ed entrare nella fraschetta da cui quell’avvolgente profumo l’aveva attratta fu un tutt’uno.
Ogni dubbio era svanito, il libro dell’Artusi dimenticato.
Domani sera porchetta per tutti.

Emanuele ha detto...

Il latte precipita silenzioso nella tazza di ceramica, la invade, ne prende possesso, bianco su bianco in un candore accecante.
Poi arriva il caffè.
Nero come la pece si insinua timidamente, ma subito si espande.
Lo guardo distratto mentre viola inesorabilmente la bianca innocenza in una fusione nocciola.
Una spruzzata di zucchero, leggera come una nevicata, un paio di giri di cucchiaino, lenti come un ciclista in salita et voilà, tutto è pronto per i biscotti.
La prima macina si tuffa decisa, la vedo galleggiare incerta sulla superficie increspata mentre il latte la ingoia, risalendo dal buco centrale per poi insinuarsi tra le sue crepe di pastafrolla.
La osservo scomparire lentamente, risucchiata verso il fondo… sembra lanciarmi uno sguardo disperato da quel suo ciclopico occhio inespressivo, quasi una richiesta d’aiuto.
Richiesta che si perde nel nulla, preso come sono da ben altri problemi.
Stamane partecipo distratto al rito della colazione, il corpo presente, con tanto di pigiama e ciabatte, la testa altrove, persa in più profonde riflessioni.
Fino a che punto è giusto cercare di salvare un rapporto?
Domanda che mi perseguita dall’ultima discussione con lei.
Discussione tanto recente che parole accese ancora mi risuonano nelle orecchie, eco di frasi avventate.
Parole come abitudine, staticità.
Abitudine… un soggetto da evitare… lo dice anche la canzone dei Subsonica…
Ma a lei i Subsonica non piacciono, come non le piacciono i Pearl Jam, i libri di Camilleri o i manga giapponesi.
Differenze… d’un tratto mi sembra di vedere solo quelle…
Si dice che insieme alle discussioni sono il sale di una relazione, ma quando un piatto è troppo salato il gusto, quello vero, ne rimane alterato.
E allora lo lasci, lo butti o magari lo conservi per il giorno dopo, chissà magari si può ancora salvare.
Buttare o conservare?
Dubbi amletici che si rincorrono nella mia testa.
Intanto della macina non c’è più traccia.
Invio una manciata di cereali in ricognizione, alla ricerca del relitto in fondo alla tazza.
E mentre anche questi cominciano a scomparire inghiottiti dal latte che stamattina sembra avere più appetito di me, un segnale deciso mi giunge dal cellulare abbandonato sul tavolo.
Un messaggio di lei.
Due parole: “ Ti amo”, semplici e veloci ma più efficaci di un’orazione.
Due parole che in un attimo spazzano via le nuvole, lasciando filtrare la luce che dissipa ogni dubbio.
Non ci sono più differenze.
Ora finalmente posso concentrarmi sulla mia colazione.
È tornato il sereno… fino al prossimo temporale.

fabio degan ha detto...

racconto:

Anoressia-(Videotrip)


* Milk It - Nirvana
I am my own parasite
don’t need a host 2 live
we feed off of each other
we can share our endorphins
Dollsteak
Test meat*



"Mangiare è assorbire qualcosa di diverso da noi E
trasformarlo E trasformarci”

Mentre ascolto K.Cobain cantare Milk It
alla tv danno un programma scientifico

“Siamo fatti di quello che mangiamo
Siamo fatti di ciò che vediamo
Della realtà che viviamo,dell'ambiente
che frequentiamo ...”


Fuori mi aspetta 1’altra minestrariscaldata di sabatosera
Mentre mi spekkio nella minestra ormai fredda della cena
Non mangi? + tardi, mamma


Come 6 magro,
Bisogna andare dal dottore

Flash:
[-Ecografia

Stomaco= schermoTv con feto
eccoci davanti alla mamma-Tv
cordoneombelicale via cavo

(nell'abbraccio della poltrona addormentarsi,
il ronzìo dei transistor come un respiro,
x ciuccio il tele
feto-sotto-vetro...
aborto di serra) ]

O ti mangi questa minestra ...

Esco o non esco?

Poetryp:

[....spalancare la bocca come una finestra
Nausea e vertigine di cibo
Ke non vuole affacciarsi alla gola
della gravità affamata come un lavandino
Lasciarsi ingoiare dal peso

Punzekkiato da una forketta- sciabola
Mi cammino sulla lingua con il boccone
Come 1 condannato ai pescicani
Sul trampolino d’un veliero
...Mi spekkio nel mare-minestra melmoso salato

Mi butto dentro la gola o dalla finestra?
Ingoiare è farsi ingoiare

:

mangiare,mangiarsi
mangiare,lasciarsi mangiare
Aprite quella finestra.(Non mi mangio questa minestra.) Sto su questo davanzale-schermoTv.
Comeunbambolottoincantato.

Non voglio farmi imboccare né farmi ingoiare.
Mi mangio da solo.

mariacordasco ha detto...

tutti che parlano, scrivono di cibo: ma dico e poi tutti a dire che bisogna recuperare la forma! Fatto caso a come sia facile mettere su chili, ma a mandarli via è una battaglia strenuante. Fare la fame quando si ha a disposizione cibo è una tortura, anzi peggio perchè l'aguzzino di te stesso devi essere tu! E poi apri una rivista e leggi che devi amare te stesso! ma l'articolo dopo ti ricorda che devi presentare la tua persona sempre al meglio, perchè il primo impatto con gli altri è visivo! Continui a sfogliare la stessa rivistaed eccola là, la rubrica di cucina: questa settimana care amiche come primo la lasagna, un tripudio di calorie che solo a nominarla già sono ingrassata di un paio di chili! Il dessert non può mancare: che ne dite di una bella torta al cioccolato per coccolarvi un pò! E dopo per consolarmi della depressione che mi viene davanti alla bilancia che mi mangio?