Sbellicarsi… di letture
Genere:
Letteratura umoristica
8 maggio 2007
Sbellicarsi… di letture.
Dalla letteratura umoristica alla commedia teatrale in un botta e risposta pieno di risate e cocktail a tema.
Questo evento sarà caratterizzato da lacrime agli occhi e grasse risate per tutti. La fantasia non vi manca ma il tempo stringe. Ricordate di segnalare la vostra e-mail e, come sempre, di non superare le 1800 battute.
Racconto vincitore:
"mattina al lavoro"
di Cristina (@)
27 Racconti:
Sono disposta a donare un rene in cambio voglio solo rimanere nel mio letto e non andare a lavorare.
Alla CDA Buongiorno la vita è un inferno regolato dalle regole più ingiuste al mondo. La prima regola è questa: “l’orario è flessibile solo in uscita”, cioè entri alle 8 e 30 del mattino e puoi uscire comodamente oltre l’orario.
Ma quanto traffico ci può essere in cinque chilometri? La colazione salta anche questa mattina, non entro al bar da due mesi, certo non è una grave perdita dal momento che il cappuccino ha l’aspetto dell’acqua di risciacquo dei piatti e probabilmente anche lo stesso gusto, però rimanda di ben 4 minuti l’ingresso nella fossa dei leoni.
Arrivo trafelata al cancello portando 8 minuti di ritardo, entro con passo felpato ma alle mie spalle un voce articola un “buongiorno, tutto bene?” è la moglie del capo, entra sempre tardissimo, tranne quando io sono in ritardo chiaramente. Sospetto che abbia piazzato una cimice nel mio spazzolino da denti, se entro le 8 e 10 non l’ho utilizzato vuol dire che sono in ritardo e lei si precipita per potermi chiedere se va tutto bene, nella speranza che abbia una storia che giustifichi 8 lunghissimi minuti, ma io non ce l’ho, non ho la battuta pronta, la mia arriva in differita come le partite di calcio e quando l’ho elaborata sono ormai sola. Mi limito a un “ngrn, bn grz” purtroppo l’emisfero del mio cervello che eroga le vocali non si sveglia mai prima delle nove e venti.
Giro la chiave nella serratura della mia porta ma come ogni giorno non si apre, parte la musica del circo, tiro, giro, cerco un piede di porco, richiudo, riapro, telefono a Mc Gyver (già armata di bottiglietta di plastica vuota-filo elettrico e forcina), mi risponde la segreteria grrr, l’ultimo strattone e voilà aperta. E ora la giornata può iniziare!
"Lo sai che mi fa ridere a me?"- Non che glielo avessi chiesto, ma va be', che mi costava ascoltare, ero pure alla fermata... E lui,senza aspettare la risposta - " Nano Nano... Te lo ricordi Mork? Quello venuto dallo spazio.. Che faceva: Nano nano la mia mano o ... Io lo so fa' pur'io sa? Co' tutte e due le mano" E io sorriso teso, e lui - " Poi so fa'le sigle dei cartoni, pure quelle remixate, che ce sta n'amico mio che fa coi piatti e mo stamo a pensa' de fallo pure Mork che lo stanno a rida' su sky" - A quel punto io già cominciavo a cercare qualcuno con lo sguardo, un alleato, che so, un altro pure malandato come questo(che tanto ormai alle fermate dei bus in periferia ci stiamo solo noi malandati)magari solo meno prolifico... Però vicino c'era solo una vecchietta col cappellino demodé, il trucco pesante e lo smalto sulle unghie mangiato per metà; siccome a girare con gli autobus si impara a fidarsi dei piccoli segnali, Mork per Mork, mi decisi alla fin fine di prostrarmi con fiducia al cospetto delle leggi del caso e tenermi il primo Mork. Ed ecco, con mio grande stupore, lui si era già sapientemente dileguato. Fu lì, in quell'istante, che la vecchietta si girò e mi disse con fare deciso: " Oilà, bella bimba, ce lo facciamo quest'ultimo valzer?"
Educazione sessuale
Cominciò mia madre quando scoprì cosa facevo dietro casa con le figlie delle sue amiche.
Sai Giovanni, mi diceva con gravità, guardare il culo agli altri un si pole, è peccato, si va dritti all'inferno.
Il culo davanti o quello di dietro? chiedevo per prendere tempo.
Quello davanti un si pole guardà.
Ma mamma, protestavo io, ma allora perché te me lo guardi?
La mamma un vale, la mamma pò guardà senza fa peccato perché è sposata.
E allora la zì Rita? Perché lei me lo guarda? E me lo tira anche fori da pantaloni quando devo fà la pipì?
La zia Rita era una zittella che mi stava sul cazzo perché faceva i regali solo ai miei cugini e a me dava delle manate con la scusa che ero discolo.
La zì Rita, diceva paziente la mamma, anche se un'è sposata pò tirà fori il pisellino dei bambini per non falli piscià addosso.
E il dottore allora? Quello te lo guarda anche a te, ribadivo io.
Il dottore fa il suo mestiere e può guardà il culo a tutti e il tono a questo punto diventava minaccioso per cui era meglio stare zitti, ma quel mestiere mi cominciò a piacere molto e se qualcuno mi chiedeva:
Che farai da grande Giovanni?
Io rispondevo sicuro:
Il dottore, così posso guardà il culo alle donne senza fa peccato.
Nell'adolescenza a mia madre, a cui non andavo certo a dì quante seghe mi facevo, subentrò il cappellano che cingendomi i fianchi con le sue mani grassottelle mi guardava negli occhi con una luce che io non rilevavo, ma rilevavo invece una specie di protuberanza che da sotto la tonaca vagava negligentemente ora qua, ora là.
Insomma a farla breve lì sono cominciate le storie delle seghe che fanno diventà ciechi.
Giovanni, mi diceva, tu unì sta a sentì què preti che ti dicono che a toccarti lì (lì dove porca vacca, mi chiedevo io) lì fra le gambe, mi diceva diventando tutto rosso, aaaahhh dicevo io, insomma se ti dicono che se ti tocchi diventi cieco, un ci crede, un’è vero.
Aaahhhh! Meno male, pensavo io con un sospiro di sollievo.
Si però Giovanni - continuava il cappellano - quando nasci ti sono concesse un tot numero di cartucce, se te le spari tutte ora, poi quando sei grande un te ne resta punte.
Così ecco anche spiegato perché alla mia età più di una un si riesce a fa.
Il testamento
Entrando nello studio disse:
- ho bisogno del notaio voglio fare testamento.
Poco dopo il notaio uscì dal suo ufficio e disse, ho bisogno dei testimoni, devo redigere un testamento pubblico.
Piccolo ed ossuto avvolto dalla poltroncina che continuava a slittare in avanti, dettava le sue ultime volontà, ad ogni sospiro, ad ogni pausa ripeteva:
- nulla deve andare a mia moglie, nulla, Anna lei si che è una donna.
Sorridevo, le immagini di una famosa pubblicità mi erano tornate in mente, il notaio aveva pure i baffetti, mancava solo la Priscilla bionda seduta accanto e differenza non da poco, le ali al testatore.
Quando apposi la mia firma sotto la sua, incrociai i suoi occhi che non avevano mai smesso di frugare sotto al tavolo di vetro nel tentativo di sbirciare sotto la mia gonna.
Lo salutai accompagnandolo alla porta rifiutando il caffè che mi aveva offerto.
Alle 13,00 scesi le scale, tornavo a casa per la pausa pranzo, era li in fondo ad aspettarmi.
Mi si avvicinò e sussurrandomi all'orecchio mi disse:
- sai sei proprio carina.
Ed eccolo la mia mente lo aveva ridipinto nel bassotto con la coda, (non esattamente la coda) dritta che scodinzolava eccitato dal liquido appena bevuto.
Ormai a me avvinghiato:
- baciami ti prego baciami.
Nell'indecisione sul da farsi, nella paura mi si spezzasse fra le mani gli afferrai i polsi allontanandolo da me in quel mentre usci il notaio me lo trovai alle spalle che con fare deciso e molto divertito mi disse:
- che combini?
- nulla nulla, risposi, invitavo il signore a, a .....d'impulso dissi:
- mettere le aaaaliiii.
bocconcini.g@libero.it
Dimenticavo è un pezzetto di storia da me realmente vissuta nello studio notarile in cui lavoro da molti molti anni.
Una sera, dopo aver misurato l’ennesimo paio di jeans inguinali che evidenziavano a rotoli, ben definiti, i miei chili di troppo, decido di affrontare seriamente un programma “fai da me” per tornare alla taglia 42.
Punto primo: regime alimentare rigorosamente ipocalorico. Chiudere la bocca.
Secondo, ma decisivo punto: movimento. Immediata iscrizione in palestra.
Risuona ancora, nelle mie orecchie, la risata di mia sorella mentre, saltando come un canguro tra i banchi del negozio di tendenza, disperata e affannata, cercavo di infilarmi i jeans taglia 50! “Ma, che cinquanta mi hanno rifilato?!” piagnucolavo, povera vittima della moda.
La verità è che non ci sono più le taglie forti di una volta!
Traboccato il grammo dal chilo mi sono decisa ad entrare nel club dei “fisicisti”.
Eseguite le incombenze di rito finalmente varco la soglia della mia nuova vita.
Ritirato il vasto programma personalizzato di esercizi, stendi maschi, accedo, con entusiasmo e zainetto in spalla, nell’anticamera della palestra: gli spogliatoi.
Aleggiava nell’aria un profumo dal bouquet di gomma, linoleum e umanità.
La musica martellava sulle pareti.
Mi preparo. Toh! Un giovincello mi saluta ed esce. “Boh!” penso “cosa ci fa questo qui dentro?!” Poco dopo esce dal bagno un bell’imbusto, coperto da un mini asciugamano, che indifferente, si dirige al suo armadietto. “Boh! Boh! Che palestra all’avanguardia. Gli spogliatoi sono unisex!” Procedo con noncuranza, sono una donna aperta, io.
Il testosterone aumenta e di colleghe nemmeno l’ombra. Realizzo.
Come una chiazza d’olio scivolo fuori a cercare, fra gli attrezzi, mia sorella e mandarla a recuperare lo zaino rimasto dentro l’androceo.
Per una donna di larghe vedute come me è stata dura scoprire che anche nelle palestre gli spogliatoi sono distinti per sesso!
"DI SUBITO"
- Scusi questo posto è libero'?
- Ma prego, si accomodi.
- Pranzerò in sua compagnia; sono molto triste e addolorato perchè ho avuto un grave lutto in famiglia, ho perduto mia moglie.
- A chi lo dice, anch'io ho avuto un grave dispiacere in famiglia; è morto il mio amato cane.
- Fa pranzo completo? Io si!
- No, io prendo solo un'insalata.
Nel frattempo il cameriere deposita le portate sul tavolo: primo, secondo e frutta per uno, una piccola insalata per l'altro.
- Mia moglie era una donna eccezionale
Piange, nel frattempo l'altro finisce la propria insalata.
- Le ho voluto tanto bene, pensi che mi faceva tutto, puliva la casa, stirava, mi preparava dei piattini meravigliosi!
"L'altro" intanto gli sfila lestamente la pastasciutta.
- Una donna veramente "completa"; e a letto era di un calore e di una passione unici, una vera "femmina".
Continua a piangere e si asciuga le lacrime con un ampio fazzoletto; "l'altro" però alla chetichella, gli fa fuori anche il secondo piatto.
- E' stata una malattia lunga e dolorosa (piange sempre), un male incurabile; quante sofferenze!
"L'altro" gli fa fuori anche la frutta.
- E lei (ha smesso di piangere), mi dice di avere avuto anche lei un grande dolore; il suo cane! Come è morto?
- Di subito.
Si alza e se ne va.
MICHELE CALDARERA
Genova, 16 aprile 2007
Rebyro@hotmail.com
La notte è nera e buia con un cielo che promette solo tanta acqua ed io mi affretto a giungere a casa, non ho alcun ombrello perché non ho previsto che la macchina si fermasse a quattro isolati prima di casa .
Non c’è alcuna anima viva in giro tutti siamo diventati pantofolai o motorizzati
o semplicemente stasera non siamo usciti prevedendo il “diluvio universale”… Cammino a passo spedito per quanto il mio abbigliamento possa permettermelo (accidenti a stamane che ho deciso di indossare tailleur e scarpe eleganti, solo per fare colpo su Luca che non mi ha quasi notato)
Comincia a cadere qualche goccia di acqua …no non mi sbaglio sento anche un tramestio di passi alle mie spalle. Niente panico… accidenti alla gonna che non mi permette di essere più veloce…
Sto facendomi condizionare dai tanti film gialli che ho visto in cui l’assassino segue la vittima designata e di solito questo accade proprio in una notte di pioggia .
Cerco di non farmi sopraffare dal panico ma nonostante il mio accelerare del passo il fruscio è sempre vicino; coraggio altri due isolati e poi a casa .
Penso al bagno caldo che mi aspetta , stasera devo provare quel bagno schiuma con l’aroma di thè verde ,lo trovo proprio piacevole ed inebriante.
Eccomi a pochi passi dal portone di casa , per fortuna stasera è aperto.
Chiudo il portone , salgo il primo scalino ma cavoli mi sta ancora seguendo, non oso girarmi per paura di vedere il viso con quel suo ghigno orribile, il coltello luccicante in mano o forse una pistola , se fosse un ladro è più giusto che abbia una pistola. Certo che se riesco a giungere a casa un bagno rilassante è quello che mi ci vuole; le chiavi ……forse prima dovrei aprire la borsa e poi ….No… no dovevo ricordarmi che stamane ho cambiato la suoneria del cellulare.
mi sono dimenticata l'indirizzo e_mail
lana-1947@libero.it
Il bottone (una storia vera)
Aveva sentito un clic. Giù, vicino ai piedi. Subito iniziò a palpeggiarsi il petto con una esplorazione in tutto il busto e solo allora si accorse del bottone mancante alla bella giacca di velluto blu. Fu preso dal panico perché è pur vero che un bottone non è gran cosa, ma dove l'andava a trovare un altro uguale con l'ancoretta in stile marinaro? Gli balenò il pensiero risolutore di dover cambiare l’intera serie. Chissà dove era andato a... giocare di sponda, dove era schizzato via.
In posizione gibbòsa iniziò a esaminare il terreno come uno scandaglio impazzito. Il bottone non si vedeva, non si trovava. Eppure era caduto lì, doveva essere in qualche interstizio dei sanpietrini. Il tempo passava mentre scrutava quasi in raccoglimento.
Sopraggiunse lo sconforto, poi la rassegnazione: non poteva star lì a cercare e ragionare in eterno e bloccare il traffico. I continui richiami del vigile urbano "Scorrere, circolare!", peggioravano la condizione di disagio e smarrimento.
Decise di insistere ancora un po’ e, mentre continuava a cercare in quella posizione di torello pronto per la carica, dal marciapiede di fronte si apprestava ad attraversare un signore con una bambina - piena di sonno -, in grembiulino e il cestino dell'asilo. Alzando la testa vide avvicinarsi un braccio teso. Si riaccese la speranza: quell'uomo, che aveva accelerato il passo conducendo per mano la bambina, aveva ritrovato il suo bottone? Allora anch’egli allungò il braccio e aprì istintivamente la mano col palmo rivolto al cielo accogliendo ciò che il provvidenziale passante lasciò cadere. Strinse il pugno per non perdere il bottino ma quando - raggiunta l'altra sponda stradale - lo dischiuse, il sangue raggelò e la delusione si impadronì dello spirito: nel palmo luccicavano cento lire.
E’ dispettoso il vecchio Antonio; secco secco, la pelle incartapecorita e scavata dalle rughe.
Lo assisto nelle sue commissioni.
Oggi è loquace, ma parla con la bocca chiusa e non è un ventriloquo.
Parla da dietro…
- Ma che si è mangiato? –
- Pasta e fagioli…- sghignazza - …e i fagioli so’ come i pettegolezzi…-
- Cioè? –
- Parlano dietro! -
Sottolinea la saggia riflessione con una nota stonata.
Ride, io un po’ meno: è giorno di posta e già immagino la figura di merda…
Usciamo e per le scale dà di contrabbasso.
La puzza è tale che la sento anche con le orecchie!
In auto ne spara un’altra, pestilenziale.
L’arbre magique al pino silvestre impiccato allo specchietto smette di danzare e appassisce: sembra che qualcuno abbia cacato dietro a un pino.
Vorrei abbassare il vetro per cambiare l’aria.
- Mi vuoi far prendere un colpo ? –
Fa un caldo becco, ma il vecchio ha freddo!
Ci rinuncio; lui sogghigna, una goccia di sudore si insinua nei solchi sul suo viso.
Bastardo.
Appena si distrae abbasso e metto il naso fuori.
Ma lui spara con l’artiglieria e il botto è tale che una bimba al semaforo mi indica e grida alla mamma:
- Il signore ha fatto una puzza! –
Arriviamo alla posta e l’auto sembra una discarica.
- Si trattenga, niente figuracce… –
Annuisce.
Entra camminando a chiappe strette.
Facciamo la fila.
Antonio resiste, il volto teso, le rughe tirate nello sforzo.
Arriviamo allo sportello e la ragazza che mi accoglie con un sorriso è bellissima.
Vorrei invitarla ad uscire, ma appena apro la bocca Antonio apre le valvole e ne esce un boato.
L’aria diventa irrespirabile.
Mi indica, mentre con indice e pollice si stringe il naso.
Bastardo!
La gente mi guarda disgustata.
La ragazza dello sportello me la sono bruciata.
Usciamo, Antonio ride, mitragliando dal sedere.
Se continua così si cacherà addosso…
Oddio…
La stanza è tinteggiata di fresco, inutile tenere la finestra aperta
per far uscire la puzza di vernice ed il fumo spesso delle sigarette.
Il posacenere trabocca. Due cavalletti con una tavola appoggiata
sopra, fungono da tavolo. Due cassette per il latte, fungono da sedie.
Due funghi trifolati sono lì e non sanno che fare, perché quello che
dovrebbero fare, lo stanno facendo gli altri oggetti. Così uno decide
di tavolate, l’altro di sediare. Due individui, seduti, uno di fronte
all’altro. Uno è intollerante al latte e non vorrebbe sedersi sulla
cassetta per il timore gli venga il prurito, ma lo fa’ e difatti gli
viene il prurito. L’altro è intollerante al suo ospite e non vorrebbe
sedersi troppo vicino a lui, perché teme gli venga il prurito e
difatti gli viene. Si grattano rumorosamente. Sgratt. Sgratt. Sgratt.
Lui “E infatti…”
L’altro “Infatti cosa?”
Lui “Beh, l’hai capito no?”
L’altro “Beh, no!”
Lui “Beh, strano…”
L’altro “Beh, dici?”
Lui “Beh, si!”
L’altro “Ah, ora ho capito”
Lui “Beh, volevo dire!”
L’altro “Ti stai trasformando”
Lui “Io?”
L’altro “Si, tu”
Lui “Non credo!”
L’altro “Sono certo”
Lui “Sicuro?”
L’altro “Beh…”
Lui “Ah, ecco”
L’altro “Cosa?”
Lui “Beh, anche tu”
L’altro “Sei certo?”
Lui “Beh, è chiaro!”
L’altro “Da cosa l’hai capito?”
Lui “Beh…”
L’altro “Beh?”
Lui “Ma dai, non farmi parlare”
L’altro “No, no. Parla pure”
Lui “Non ho voglia”
L’altro “No, ora me lo dici!”
Lui “Ma no”
L’altro “ORA ME LO DICI!”
Lui “Beh…”
L’alto “E infatti…”
Anche per questa Pasqua, ce la siamo cavata. Gli agnelli ringraziano.
Facciamoci due risate...
- Due piccioni con una fava
- Mutande e perizomi
- Il riso dei Rosencrantz
endymion5@virgilio.it
www.muirgen.splinder.com
Loredana Carloni
Due piccioni con una fava
Una pioggerellina insidiosa, sopraggiunta all’improvviso, aveva trasformato la mia t-shirt rosa confetto in una sorta di seconda pelle. Appiccicata addosso, fradicia, fredda e alquanto fastidiosa, delineava perfettamente i miei possenti pettorali pompati da anni di palestra, di cui andavo tanto fiero. La tentazione di abbandonare la fila e tornare a casa a cambiarmi, non lo nego era forte, ma quella di sperimentare quel look improvvisato dalle condizioni metereologiche e testare il mio sex appeal di macho latino incurante delle intemperie, non era da meno. E si che ero lì per scoprire le beltà dell’esotico Royal Pavilion, che come futuro architetto mi incuriosiva alquanto, ma perché no, che c’è di male, anche per scoprire qualche bellezza in carne e ossa, meglio se più in carne che ossa; come si suol dire due piccioni con una fava. Rimasi quindi in fila, imperterrito sotto un cielo che non prometteva niente di buono, infatti di lì a poco venne giù tutto l’empireo con i suoi divini abitanti; la fila rimase lì e si decorò dei più variopinti parapioggia. Anch’io restai, ma senza mezzi per potermi riparare. D’un tratto il mio sguardo incrociò il blu di due occhioni di cerbiatta, secondo il mio istinto di tombeur de femmes una scandinava, biondissima e sinuosa. Le sorrisi e lei subito si avvicinò collaborativa proteggendomi dalla pioggia con un civettuolo ombrellino rosso. Il mio inglese era poco più che scolastico, ma ci capivamo perfettamente. Non mi ero sbagliato era norvegese, e anche molto sexy, la carne c’era e al punto giusto; così fra una parola e l’altra, lei sempre più vicina e provocante, cominciammo a baciarsi appassionatamente. La fila davanti a noi, intanto quasi esaurita, iniziava a mostrarci il traguardo quando la mia bambolona bionda con una scusa sgusciò via dalle mie braccia e, senza darmi il tempo di trattenerla, si dileguò: alla biglietteria mi ci ritrovai da solo, sotto la pioggia battente, senza ombrello e guarda caso anche senza portafoglio.
Mutande e perizomi
“Vizio di famiglia, tale padre tale figlia”, era il ritornello che la signora Blanche ripeteva con tono stizzito ogni volta che si ritrovava, in casa senza la tata, a raccogliere biancheria intima disseminata a destra e a sinistra da figlia e marito. La figlia della signora, forse ereditato dal padre, aveva sempre avuto un rapporto confittuale con gli indumenti intimi, in particolare con le mutande che, già da piccola, abbandonava regolarmente sul pavimento ogni sera prima di andare a letto, e che la tata prontamente provvedeva a rimuovere. Poi crescendo, superata l’età puberale e scoperte le magnifiche potenzialità del perizoma, ne era diventata una raffinatissima collezionista e ne possedeva di tutte le foggie e colori. Mostrava ora grande simpatia e stima per il capo di lingerie che, quasi oggetto di venerazione, non poteva più certo essere scaraventato a terra, e sembrava quindi opportuno appenderlo in bella vista dove capitava. La lamentela di maman però non era cambiata, né dimostrava sensibilità estetica alcuna di fronte a quelle vere e proprie opere d’arte d’intimo: la sua voce infastidita era in genere più tempestiva della tata quale figura preposta a ripristinare il decoro in casa.
Era ormai un po’ che la signora Blanche non rinveniva indumenti femminili sconvenienti in giro per casa, così felicissima elogiava la figlia per essere finalmente diventata pudica e ordinata. Anche la tata si sentiva decisamente sollevata dal dover correre molto meno per casa a caccia di mutande e perizomi da buttare in lavatrice. La ragazza, felice di rendere sereni i propri familiari, aveva così compiuto l’ultimo ambito passo verso la libertà eliminando anche l’amato perizoma dal suo abbigliamento, questa volta però senza provvedere a inutili sostituzioni.
Il riso dei Rosencrantz
Era un’antica credenza, in legno massiccio levigatissimo, e dominava lo spazio di quell’austero salone a croce greca che, chiuso durante le ore diurne, veniva aperto al tramonto e richiuso all’alba, regolarmente dalla servitù, da più di due secoli a questa parte: una storia nota a tutti.
- Buon giorno signora, gradisce la colazione?
- Buondì Lucrezia, magari più tardi…piuttosto hai controllato il salone della credenza?
- Certo signora, tutto perfettamente chiuso!
- …e il riso?
- …finito…come al solito!
Questa era la conversazione che aveva luogo ogni mattina fra la signora Rosencrantz e la sua fedelissima cameriera Lucrezia; alla conclusione della giornata ancora un altro breve scambio di battute accomiatava le due donne:
- Se non ha più bisogno di me signora…buona notte.
- Si Lucrezia…piuttosto…hai controllato il salone della credenza?
- Certo signora…aperto…e tutto perfettamente predisposto!
- Molto bene Lucrezia…buona notte.
Il sonno della signora Rosencrantz non era mai tranquillo, turbato da quell’eco di risa miste a singhiozzi che di notte risuonava, per ore, nella grande casa dove viveva e dove i suoi avi avevano abitato prima di lei. Era lì che il clown tornava ogni notte, e nel salone della credenza ritrovava esattamente ciò che l’ultima sera della sua vita, proprio seduto a quel tavolo, aveva mangiato in allegra compagnia: un piatto di riso amaro, avvelenato da chissà chi; il suo fantasma era ormai ospite a quella tavola, in quella stanza, da oltre duecento anni. Solo quel rito aveva il potere di placare l’ira vendicatrice del fantasma del clown, che ogni notte veniva barattata con il cibo della suo ultimo pasto, ad evitare il perpetrarsi di orrendi atti di antropofagia che per un lungo periodo, in passato, avevano insanguinato e terrorizzato la città.
Un vizio come tanti
Seduta sulla poltrona, sollevò con cura il telefono dal tavolino affollato e se lo mise sulle ginocchia.
Alzò la cornetta con la sinistra, lasciandola a mezz’aria assieme ai ricordi delle tante telefonate che aveva fatto in quegli anni. Le chiacchierate interminabili con la sua amica Lucia, che però da quando si era sposata non sentiva più. Le discussioni con i suoi tanti ex ragazzi – quasi tutti ormai si erano sposati, con un’altra. Le risate così forti che arrivavano fino oltre l’oceano, dalla sua amica Nicky a Los Angeles – la sua migliore amica, forse perchè a distanza di migliaia di chilometri era più facile essere amici.
Allungò la destra di nuovo sul tavolino, sfiorò la rubrica scansando un po’ di polvere dalla copertina ma non l’aprì. Per quello che doveva fare non aveva bisogno di ricordarsi nessun numero.
Piuttosto, prese per il collo una bottiglia trasparente che aveva riposto poco prima proprio accanto alla rubrica nella lenta preparazione di quel momento.
Impugnò la bottiglia con la sicurezza di chi quel vizio l’aveva già da anni e spinse il grilletto. Uno spruzzo deciso di liquido bluastro colpì il centro di uno straccio.
Finito con la cornetta, lucidò anche il resto del telefono.
Slawka G. Scarso
Nanopausa
slawkag.scarso@gmail.com
SPIRITISTA
Io so’ spiritista professionista. So’ specializzato a parla’ coi spiriti. Je faccio le interviste, i sondaggi d’opinione pe sape’ che je piace morto, poco o per niente. A volte je parlo solo pe’ fa du’ chiacchiere. So simpatici loro, i spiriti. Spesso me capita de parla’ co quarcuno de importante, che ne so, Leonardo Da Vinci, Adorf Hitle, Zoro. Na vorta ho parlato pure col Sig. Coca Cola. Strano tipo quoo là. È n’drogato perso. Lui voleva solo trova’ ‘na maniera pe piasse la cocaina dissetannose. L’unica cosa che me chiede sempre, senza mai stancasse de sentisse risponne “no”, è: “Sconvolge? Eh, eh, eh sconvolge? Allora? Sconvolge?”. È proprio er caso de di’ che je rimasto l’amaro ‘n bocca, visto c’ha stirato n’paio de pippate prima de completa’ l’infuso. L’artra sera Rona Rega, l’attore presidente americano, co quarche litrata de wisky maschio che je scoreva nell’ectoplasma, dopo l’intervista se voluto sfoga’. Se lamentava che la sua presidenza nun fosse stata mai nemmeno candidata all’oscare. Quanno jo ricordato che quello nun era n’firm m’ha risposto che lui aveva recitato tutto il tempo. Diceva ch’era er suo capolavoro. Na vorta è venuta Merilì Morrò. Ha scombussolato tutto quanto. Ce credo: s’era portata appresso du’ ventilatori industriali che m’hanno staccato pure a carta da parati. A n’certo punto è arivato Joe De Maggio co na mazza da baseball e ja strillato “a Merilì, e falla finita, mo te poi pure mette’ l’anima n’pace”. Poi s’è intromesso pure Kennedy, quell’artro presidente americano, me pare sia atterato n’salotto coll’eir forze uanne. Comunque, ha strappato la mazza dalle mani de De Maggio e ja detto de dissorvese. Marilì aveva iniziato a piagne come na matta e così è arivata Jachelin, la moglie der presidente, a consolalla. Mentre ar presidente la situazione je cominciava a piace’, è comparso pure Onassisssssshhh, che, zitto zitto, s’è buttato nella mischia dee consolazioni generali. Aho, pareva ‘na festa nel privè de Briatore. Capita pure che me parlino de cose nostre, nostre viventi. Loro dicono che so “cose molto importanti perché tutto continui a scorrere”. Pe falla breve, calciopoli è opera loro.
chini17@libero.it
*Le donne*
Sulle donne,una certezza ce l'abbiamo:
chi dice donna,dice danno.
A me, non la danno mai.Comunque...
Secondo voi xché fanno sempre domande da 1Million$?
"Caro,se ti offrissero un miliardo x dimenticarmi,tu
accetteresti?
- e tu continui a fumare seduto al posto di guida-
"...caro... accetteresti? Caro,...” -continua, toccandoti una spalla- “per 1 miliardo...mi
dimenticheresti?"
"Chi sei?!?"
Sono romantiche quando tu 6 incazzato...
6 lì in mezzo al traffico,cercando 1 buco per lasciar la macchina
e lei:
"guarda... c'è la luna piena..."
"?!?pure la luna,piena? cazzo,si trova + parcheggio da nessuna
parte!"
e sul più bello diventano violente;al culmine della passione
voglion picchiarti,cercano la rissa
"Vieni fuori! Vieni fuori! "
E poi 'ste donne diventano sempre + diffidenti.Con la storia
dell'aids,adesso neanche + il 144...si torna ai rapporti
epistolari:
"Proprio non mi fido.
Mettimelo x iscritto."
E' anche x questo che io sono sempre stato il classico Uomo-
Denim...L'Uomo che non deve chiedere Mai.
Tanto chi’azzoglirisponde?
Comunque,ce l'ho avuta , una ragazza; certo,non di quelle che
quando passano la torre di pisa si raddrizza...La chiamavano
Brutt Shields.
Brutt come brutt,ma proprio brutt,e shields dall'inglese
shields=scudi,per dire vade retro,cessa...
Però aveva un grande sex- a- pil.
Inteso come grande vibratore a pile.
Io ho sempre amato i tipi vistosi...- Una che se nota? ma che
noti a fa', ...se tocca.
Niente da fare.O c'hai la donna,o è tutta un'altra questione. Un
altro paio di maniche.
E' una tragedia.La mia ultima tipa, quando le ho chiesto
"Ma con me,tu,come stai?"
"Come una pasqua."
"Felice,come una pasqua?"
"No. Vengo una volta all'anno."
*io & il lavoro*
Io? Io...sono un intellettuale romantico, di quelli che volevano vivere nell’800.Ma dalla vita ho avuto di più : vivo nell’850(fiat), lì nel piazzale dello sfasciacarrozze. Mai combinato niente. Sarà che ero una giovane promessa, e le promesse vanno mantenute. Sarà la sindrome di peterpan, anzi, con queste mamme che a 30anni ti fanno ancora la merenda, +tosto direi la sindrome di peter pan,burr & marmellat. Università?Studio? E studiare cosa? Sarà che sono sempre stato così bravo a prendere decisioni, che ne prendo anche 7-8 insieme...
Sì, ci ho provato a cercarmi un lavoro... Ogni tanto la mamma mi metteva il giornale sotto il naso “Guarda, quest’inserzione va proprio bene per te” “Ma mamma, prendono solo donne...” “ E questa? Dice ambosessi...”
“E ti sembra che io ho la faccia da ambosesso?!?
E poi leggi: inserimento T.D. ...”
“Eh...tempo determinato.”
“ No.Eh no. T.D.... turbodiesel. Cioè intercooler. NO, è un inserimento che non mi piace.”
“E questa?”
“ Vogliono neodiplomati...io sono uscito dal liceo che non eri ancora in menopausa Neanche ricordo + l’anno”
“Quest’altra però ...max 27anni. Tu ne hai 27...”
”Sì,ma non mi chiamo Max. “
-TeleTokki-
Gentili tele(a-)spettatori (dell'ora fatale)
salme a tutti da Tele Tokki
Il programma che sta x cominciare Vi darà la possibilità di vincere voli solo andata offerti da Jetta Touring su lussuosi apparecchi Concord(oglianz) x... Cadice.
Seguirà il Festival Bara.
Un messaggio dai ns. sponsor :
x le Vs. esequie volete un trattamento all’inglese, con + tatto?
MoreTouch, +tatto! Le Vs. pompe funebri
Vi lascio in compagnia di Scene da un Funerale con Davide Mortacci : ki non muore si rivede; ki muore, si rivede in tv!
Insieme alla ditta Menagramo, produttrice del famoso elisir di lunga vita,
Buon proseguimento
dalla Vs Litanìa De Profundis.
IL CLOWN
Quando il clown entra nella stanza il bambino serra le labbra a culo di gallina, in un cerchio di sorpresa.
La testa rasata, gli occhi stupiti cerchiati di nero, il pigiamino giallo con gli orsetti…
Il clown si fa strada zoppicando goffamente, i piedi infilati in scarpe troppo grandi.
Si lancia in una capriola che finisce in un capitombolo ed in men che non si dica è col culo per terra, emettendo una grossa pernacchia dalla bocca sbagliata…
Il bambino scoppia in una fragorosa risata, gli occhi a fessura, le labbra dischiuse sui denti da latte…
Il clown si rialza, si stringe il naso fra l’indice ed il pollice in un allegro pop pop e tenta nuove piroette, che terminano inesorabilmente in rovinose cadute.
Il bimbo ride sempre più freneticamente, scuotendo le flebo che gli pendono dalle braccine magre.
Al suo fianco la mamma sorride al clown di gratitudine, le labbra aperte su un volto sofferente.
Ma lui non la vede, la sua attenzione è tutta per il suo giovane spettatore.
Quando alla fine lascia la stanza lo fa tra gli applausi del bimbo, lo fa felice di avergli regalato un sorriso, avergli portato un po’ di luce.
Sorride, sotto il pesante strato di cerone e rossetto... ma quando passa sotto la scritta rossa dell’oncologia pediatrica è solo la sua maschera a sorridere.
Emanuele.
CIÒ CHE È FATTO È FATTO
Nel momento culminante del rito nuziale, il prete disse: «Vuoi tu, Maria Giaculone, prendere in sposo il qui presente Matteo Gianzuglia?».
«Sì».
«Vuoi tu, Matteo Gianzuglia, prendere in sposa la qui presente Maria Giaculone?».
«Sì».
«In nome di Dio, vi dichiaro marito e moglie».
Con aria disillusa, intervenne Mattia Gianfoglia: «Mi scusi, padre, c’è un errore. Sono io lo sposo. Matteo Gianzuglia è qui come testimone».
Il sacerdote incrociò le braccia sul petto e disse: «Nella casa del Signore non sono ammessi errori. Ciò che è fatto è fatto. Andate in pace».
joere@libero.it
INDOVIN INDOVINELLO
Al termine del suo applauditissimo spettacolo, il mago prestigiatore indovino scese tra il pubblico e si avvicinò ad una signora: «Si concentri e richiami alla mente la parola che indica genericamente il cibo che si dà ai bambini».
La signora fece una faccia perplessa. Il mago prestigiatore indovino le sorrise con bonarietà: «La aiuto: è una parola di cinque lettere che contiene tre consonanti uguali e due vocali anch’esse uguali».
«Ah, ho capito!», strillò la signora.
«Bene. Ora pensi al vocabolo che designa il re del pollaio».
«Pensato».
«Adesso unisca le due parole».
«Fatto».
«Signora, lei ha pensato la parola pappagallo».
«Sì, proprio così: pappagallo; la parola è proprio pappagallo! Come ha fatto?», gridò la signora con eccitazione.
«Come ha fatto, come ha fatto?», ripeterono increduli gli altri spettatori, e si alzarono tutti in piedi per un’ovazione.
«Come ha fatto, come ha fatto, come ha fatto?», si chiesero milioni di persone che stavano seguendo lo show in diretta televisiva.
Il mago prestigiatore indovino risalì sul palco e ringraziò con tre inchini verso destra, sinistra e centro. Poi il sipario si chiuse sul suo accecante sorriso.
joere@libero.it
DESIDERI ESAUDITI
Il cielo era zeppo di astri luminosi. La coppia era in riva al mare, in attesa che avvenisse qualcosa.
«Guarda: una stella cadente», disse lei.
«Sì», rispose lui distrattamente.
«Esprimiamo un desiderio?», propose lei.
«Va bene», confermò lui senza entusiasmo.
Si concentrarono.
«Fatto?», domandò lei.
«Fatto», annunciò lui.
Un attimo dopo sulle loro teste precipitarono due meteoriti gemelli.
joere@libero.it
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